“...mi è difficile ricordare ed esprimere,
e difficile esprimere e ricordare, se talvolta le
parole emergono dalla pagina improvvise, innaturali,
come fossero scheletri maligni e tintinnanti che mi
accusano e mi divertono con le loro mosse oscene che
fanno impazzire il mondo, immagino che ciò
accada perché esse si prendono una specie di
vendetta ancestrale su di me, sull'uomo che in ogni
momento è pronto a schierarle per la morte
o la resurrezione...” si legge nel Libro di
Caino di Alexander Trocchi.
Quello che ormai rimane di lui – a poco meno
di vent'anni dalla sua morte unanimemente ignorata
e mentre quest'epoca accantona quella di cui Trocchi
fu il più segreto tessitore – quello
che adesso rimane è soprattutto e quasi soltanto
una lontana leggenda, convenzionale come ogni leggenda
anche nei suoi orrori.
Public junkie
Tra l'inizio degli anni Cinquanta e il suo ultimo
giorno, dunque, Alexander Trocchi era stato il tossicomane
dichiarato per antonomasia, e insieme a William Burroughs
– di cui fu amico – e forse ancora più
di lui, inventò la figura rabbiosa del public
junkie e predicò la droga come strumento di
eversione politica. Trocchi e Burroughs si incontrarono
per la prima volta su un aereo in volo per Edimburgo
nell'estate del 1962, invitati entrambi a una convegno
letterario e lì subito accomunati nell'epiteto
di “feccia cosmopolita”, cosmopolitan
scum , con cui il dimenticato poeta scozzese Hugh
MacDiarmid li salutò, rivendicando un canone
della letteratura scozzese al quale Trocchi non avrebbe
mai avuto accesso. Quello che Trocchi rispose conteneva
un condivisibile grado di oggettività, ma non
per questo dice meno di lui: Trocchi gli rispose di
aver scritto lui stesso tutto quello che di buono
la letteratura scozzese aveva prodotto negli ultimi
vent'anni.
A New York, nei mesi che seguirono, Burroughs e Trocchi
avrebbero avuto modo di frequentarsi assiduamente,
quando Burroughs, a volte in compagnia di Marianne
Faithful, andava sulla chiatta di Trocchi che spesso
lo aiutava a bucarsi, “le vene erano già
completamente rovinate, ma il vecchio Alex avrebbe
trovato le vene anche a una mummia “. Intorno
alla tossicodipendenza, poi, la biografia di Alexander
Trocchi annoverava una consueta rassegna di apocalissi
private, che ha senso ricordare solo nella misura
in cui scrittura e vita sono state in Trocchi indissolubili
e a tratti indistinguibili: due mogli iniziate all'eroina,
la seconda mandata a prostituirsi per la droga nei
giorni stessi in cui le dedicava il suo maggior romanzo;
alcuni figli, in parte abbandonati, in parte eroinomani,
uno morto piuttosto giovane, un altro suicida a quattro
mesi dalla scomparsa del padre; e alla fine di tutto
il cliché magnetico dell'eclisse allo zenit,
di chi abbandona sottraendosi al destino che gli dovrebbe
assegnare il talento, gli ultimi venticinque anni
trascinati sul suo terzo libro (dopo Giovane Adamo
e Il libro di Caino ), profeticamente intitolato The
Long Book , con il quale avrebbe riscosso anticipi
rivendendolo a sempre nuovi editori senza mai portarlo
a termine, e forse senza aver mai creduto di averlo
davvero cominciato.
Eppure, con il secondo e con pochi altri scritti,
Alexander Trocchi aveva teorizzato tra i primi in
Europa l'espansione della coscienza attraverso le
droghe, la loro virtù sociale di opposizione
al sistema, inserendosi nella lunga tradizione che
da James Boswell, scozzese come lui, portava fino
a Jean Genet, che Trocchi tradusse: ed è ora
legittimo quanto inutile domandarsi perché,
nei volumi che oggi ripercorrono quella stagione artistica,
venga ricordato quasi soltanto per aver definito nel
Libro di Caino il termine cool , marchio di quell'epoca
nato dal gergo dei tossicodipendenti, dove indicava
il senso di benessere che ha l'organismo sotto eroina
– “la percezione si chiude verso l'interno
del corpo, le palpebre si appesantiscono, il sangue
prende coscienza di sé, una lenta fosforescenza
si disperde in tutta la struttura della carne, dei
nervi e delle ossa; l'organismo ha la sensazione di
essere intatto e infrangibile, e soprattutto inviolabile.
Per descrivere l'atteggiamento generato da questo
senso di inviolabilità alcuni americani hanno
usato la parola cool ”.
Parigi: Merlin e pornografia
Durante il tempo in cui visse a Parigi, nella prima
metà degli anni Cinquanta, Alexander Trocchi
si mantenne producendo sotto improbabili pseudonimi
(Jean Blanche, Carmencita de las Lunas) romanzetti
pornografici in serie, vedendo inoltre “nella
stesura di opere pornografiche la possibilità
di mandare l'establishment a farsi sfottere”.
Dei suoi dirty books ha più tardi rivendicato
queste paternità: White Thighs (Cosce bianche),
Thongs (Cinghie), The Carnal Days of Helen Seferis
, School for Wives (Scuola per Mogli) e Helen and
Desire , che dev'essere considerato il libro erotico
pi ù riuscito. È forse la più
sicura verifica del talento di Trocchi il fatto che,
malgrado gli accordi contrattuali prevedessero una
scena di sesso ogni sei pagine, la storia di Helen
Smith, attraverso gli esotismi ugualmente prevedibili
di spiagge australiane e deserti nordafricani, attraverso
stupri invocati e l'indispensabile prostituzione,
ammetta di essere descritta e interpretata anche come
la lenta dissoluzione di una personalità nei
gironi del sesso. Trocchi lo scrisse in otto giorni,
nel 1953, firmandolo come François Lengel –
perché nello slang di Glasgow FL era il nomignolo
del preservativo.
Oltre a sé, per quasi tre anni Trocchi riuscì
a mantenere in vita anche una rivista letteraria,
il Merlin , dove trovarono ospitalità autori
reietti dell'epoca, Beckett e Ionesco, Apollinaire
e Genet: “un mezzo per combattere la chiusura
mentale”. E per i libri come per la rivista,
l'editore fu il famigerato Maurice Girodias dell'Olympia
Press, a cui Trocchi consigliò Histoire d'O
come Lolita , facendolo uscire a Parigi nella sua
prima edizione mondiale.
In realtà, tutta la prosa di Trocchi, anche
quella alta, e una parte significativa delle sue poesie,
sono percorse come un circuito elettrico da una tensione
erotica quasi intollerabile, da un desiderio fisicamente
doloroso non soltanto per il sesso ma per la carne
nella sua consistenza imperfetta di materia, nelle
sue corruzioni oscene. Ne Il libro di Caino , poco
importa se davvero in una scena autobiografica, viene
celebrata l'inconcepibile sensualità di una
giovane donna sformata dalla fatica e con un moncherino
di legno al posto della gamba. Un'ulteriore notizia,
che non per forza dev'essere autentica per essere
significativa e che aggiunge forse al quadro della
sua ossessione più di quanto si perda per via
di una certa grossolanità, riferisce che Trocchi
era il cerimoniere di pratiche orgiastiche nella cerchia
delle sue amicizie.
L'Internazionale Situazionista
Anche da altri eccessi di quell'epoca, comunque, Alexander
Trocchi si lasciò segnare quasi come da stigmate,
perseguendoli come si può perseguire la necessità
di un segno. A Parigi elaborò al fianco di
Guy Debord e Jacqueline de Jong le tesi rivoluzionarie
e i primi manifesti di quella che sarebbe presto diventata
l'Internazionale Situazionista. Nelle riunioni semiclandestine
sulla riva sinistra della Senna veniva predisposta
la technique du coupe du monde , una presa non cruenta
del potere planetario attraverso la lenta infiltrazione
nei mezzi di produzione culturale di massa. Per anni
ancora, ben oltre la plausibilità dei suoi
piani, Trocchi portò in dibattiti e pubblicazioni
sui due continenti il suo Sigma Project , quella che
sul numero della rivista dell'Internazionale Situazionista
uscito nel gennaio 1963 lui prospettava come l'insurrezione
invisibile di un milione di menti. “Il colpo
di stato mondiale dev'essere culturale nel più
vasto senso del termine. Con i suoi mille tecnici,
Trotzky occupò i viadotti e i ponti e gli snodi
telefonici e le centrali elettriche. La polizia, vittima
delle convenzioni, contribuì alla sua brillante
impresa montando la guardia ai vecchi chiusi nel Cremlino.
Loro stessi non avevano avuto la necessaria elasticità
mentale per cogliere che la loro presenza nelle tradizionali
sedi del governo era irrilevante. La Storia li aveva
aggirati. Trotzky aveva le stazioni ferroviarie e
le centrali elettriche, e all'atto pratico il “governo”
veniva chiuso fuori dalla Storia da parte delle sue
stesse guardie. Così l'insurrezione culturale
deve impossessarsi delle reti della comunicazione
e delle centrali della mente”. Per la presa
dei mezzi di produzione culturali i tecnici silenziosi
avrebbero dovuto essere un milione, e il nome del
progetto, il sigma simbolo algebrico della somma,
voleva forse contenere anche l'enorme forza dell'unione.
La rivoluzione culturale si sarebbe contemporaneamente
impadronita delle università, ne avrebbe ridisegnato
la funzione e i metodi. “Le burocrazie delle
università si mescolano con la burocrazia di
stato, vi si specchiano in piccolo. [...] Le università
sono divenute fabbriche per la produzione di funzionari
qualificati. Il sistema competitivo incoraggia le
tattiche diligenti, ben oliate, quelle più
plausibili. È certamente una sofferenza e forse
perfino un pericolo per uno studente interessarsi
profondamente alla sua materia, o dovrà sempre
essere pronto a dimostrare le sue competenze; gli
studenti nelle nostre università sono talmente
occupati a esercitarsi nell'apparenza che si incontra
raramente qualcuno che si preoccupi della realtà.
L'intero sistema è un esiziale anacronismo.
[…] L'Università Spontanea – un
luogo dove inventare efficaci moduli comportamentali,
dove gli allievi possano imparare come dovremo essere
se dovremo essere e fare insieme. […] La secessione
unanime delle menti più vitali è la
sola risposta. Il basilare cambiamento di condotta
descritto finora deve accadere. STA ACCADENDO. Il
nostro problema è rendere gli uomini consci
di questo fatto, e ispirarli a partecipare. L'uomo
deve prendere il controllo del suo futuro: solo così
potrà mai sperare di ereditare la Terra”.
A metà degli anni Cinquanta, Alexander Trocchi
condivideva questi discorsi con Jacqueline de Jong,
Asgarn Jorn e soprattutto Guy Debord, per il quale
quegli anni e discorsi possono verosimilmente appartenere
all'incubazione del più importante saggio sui
mass media del Novecento, La Société
du Spectacle , la cui copertina originale era in carta
vetrata, per eliminare anche fisicamente qualsiasi
libro del passato gli fosse stato messo accanto. In
una lettera da Parigi datata 21 settembre 1957, quando
da oltre un anno Trocchi viveva negli Stati Uniti,
Guy Debord lo saluta così: “Comunque,
qui ci divertiamo. Conto sempre su di te per due o
tre piccole rivoluzioni in cantiere. A presto”.
Adamo e Caino
Niente di tutto questo – le droghe e l'ossessione
della carne, l'oltranza politica e una perversa sorta
di carisma – rimase estraneo ai due romanzi
compiuti che sono la sua unica eredità letteraria.
Uscito nel 1956, Giovane Adamo potrebbe ancora acconsentire
alla definizione di romanzo, storia di un'ossessione
sessuale inscritta in un omicidio, ma è già
insofferente dei canoni e delle strutture romanzesche.
Nel 1960, mentre a New York Trocchi era insieme a
Ginsberg e Corso tra gli artefici della cultura beat,
e poco prima che un'imputazione per spaccio di stupefacenti
a minore lo portasse a espatriare in Canada dove incontrò
Leonard Cohen e lo iniziò all'oppio, veniva
pubblicato in America dopo interminabili rifiuti editoriali
Il Libro di Caino , che sommava in sé narrazione,
pamphlet e diario politico e filosofico, “Caino
e le sue orazioni, Narciso davanti al suo specchio”,
registrando esistenza e impeti di un tossicomane.
“Da molto tempo ho maturato l'impressione che
lo scrivere che non è ostensibilmente un'operazione
dell'autocoscienza risulta essere per il nostro tempo
qualcosa di scarsamente autentico. Penso che ogni
dichiarazione dovrebbe essere datata, il che è
un altro modo di dire la stessa cosa. Non conosco
nessun ragazzo ignorante o sciocco che possa accettare
per vere le vecchie forme oggettive. Non esiste nel
libro alcun personaggio abbastanza grande da porre
in dubbio la validità del libro stesso?”
Entrambi i romanzi, sia pur in misura e modi diversi,
trasportano in ambito letterario la cifra di radicale
eversione che meglio di ogni altra descrive Trocchi,
la sua volontà incondizionata di situarsi al
di là e al di sopra di qualsiasi regola costituita,
ponendosi in uno stato di sospensione quasi extraterritoriale
di ogni autorità: accomuna le due storie la
presenza di una chiatta di cui sono inquilini i protagonisti.
Un antagonismo irriducibile ed esteso a ogni attività
che Trocchi abbia intrapreso era la più eclatante
misura di quella vita, di cui la sua letteratura può
forse considerarsi la continuazione con altri mezzi.
In uno dei primissimi numeri di Merlin , un editoriale
di Trocchi portava il titolo di War and Words , e
in questo approssimarsi anche quasi nel suono della
letteratura alla lotta è contenuto ogni suo
scritto. Le pagine sono attraversate da una rabbia
meticolosa contro tutti i dispositivi del romanzo
classico – “nessun inizio, né mezzo,
né fine” scrive nel Libro di Caino ,
mentre cerca a poco a poco di sottrarre dal suo libro
ogni traccia di struttura narrativa. Alexander Trocchi
fu tra i primi a tentare una letteratura slegata dall'artificio
letterario, una scrittura che desse conto del suo
divenire – “perché ora so che la
struttura stessa del linguaggio è ingannevole”,
scrive in Giovane Adamo . Una chiave di lettura cui
andrebbero forse sottoposti i suoi due romanzi e il
progredire del suo stile da uno all'altro riguarda
lo sforzo prolungato, di cui a volte pare si avverta
la lenta dolorosità, per abbandonare nel Libro
di Caino ogni possibile canone del racconto, per liberarsi
dallo stile e dai congegni del plot, quasi inscritti
nella naturale facilità della sua narrazione.
In Giovane Adamo scrive: “Credi che sia facile?
Credi che non debba far altro che sedermi e scrivere
questa maledetta roba? Non ho una trama. Non ho personaggi.
Non mi interessa tutto il solito armamentario. Non
lo capisci? Quella è letteratura falsa. Io
devo iniziare con il presente, qui, ora. Io…”.
Quest'incondizionata adesione al tempo che scorre,
questa furibonda intimità con l'istante è
la tortura di quei giorni perpetrati contro di sé.
“L'angoscia dovuta a quest'obbligo di registrare
comincia a gonfiarsi oltre il senso della registrazione.
[…] In certi momenti mi ritrovo a considerare
tutta la mia vita come un'introduzione al presente,
con il presente che rimane l'unica cosa da dichiarare
[…]. Il passato deve essere trattato con rispetto,
ma ogni tanto dovrebbe essere affrontato, violentato.
Non dovrebbe mai essergli consentito di pietrificarsi.
Ogni uomo scoprirà chi è. Caino o Abele.
E poi renderà l'immagine di sé coerente
con sé stessa, ma solo se sarà prudente
egli lascerà che sia in contraddizione col
mondo esterno.” Quello che si avverte al fondo
della sua scrittura, quello che forse più di
tutto lo ha spinto su posizioni di intransigenza politica,
morale e artistica di cui ha scontato a più
riprese e in modi diversi le conseguenze, è
stata l'esigenza di misurare costantemente, con una
lucidità cruenta e ininterrotta, la sua distanza
dal sistema, verificandola su di sé, sul suo
corpo e nella pagina, e ostentandone continuamente
gli effetti e le ferite, esibendole come garanzia
di estraneità e perfino di purezza innanzitutto
davanti a sé, e forse negandosi infine anche
la responsabilità del suo talento. “Ho
avuto bisogno delle droghe”, si legge in una
nota trovata tra le carte di Trocchi dopo la sua morte,
“per abolire dentro di me il doloroso riflesso
della schizofrenia dei miei tempi, per spegnere l'impulso
di tirarmi subito in piedi e di uscire nel mondo a
vivere un'identità appropriata e tradizionale…
Gli astronauti che erano i miei eroi si muovevano
lungo le traiettorie dello spazio interiore…
Volevo evadere dalla prigione mentale del mio linguaggio,
volevo renderlo nuovo”.
(per la collaborazione e i materiali offerti nella
realizzazione di questo speciale, l'autore desidera
ringraziare Anna Battista, curatrice del “Giovane
Adamo”, e Leonardo Giovanni Luccone, traduttore
del “Libro di Caino”)