Joe lavora con Leslie sulla chiatta ereditata da
Ella, moglie di quest'ultimo. Trasportano antracite
sul fiume Clyde. Siamo a Glasgow negli anni Cinquanta.
Cullato dall'acqua grigio liquido del canale il cadavere
di una donna sbatte sulla chiglia della chiatta ad
interrompere le occupazioni quotidiane dei due uomini
di Ella, il suo gridare al figlio Jim, il suo stendere
i panni e pelare patate lasciandole cadere in un secchio,
seduta su uno sgabello, con le grosse ginocchia scoperte
dal vestito troppo stretto, troppe volte lavato, una
chiazza umidiccia sotto le ascelle. La carne florida
delle cosce bianche della donna senza vita distesa
nell'acqua aggancia improvvisamente l'attenzione di
Joe spostandola sull'altra donna, quella con cui da
tempo condivide lo spazio quotidiano. Ella accende
i sensi di Joe, li evidenzia ad uno ad uno offrendogli
una percezione del reale ingigantita, focalizzata
sui dettagli. Quegli stessi sensi, tuttavia, presentano
una percezione della realtà limitata al momento,
ingannevole perché non definitiva, e comunque
non oggettiva ma solo una delle sue possibili facce.
Così è la morte della donna che fluttua
abbandonata alla corrente del canale. In un primo
momento il suo corpo senza vita è percepito
dal narratore come una creatura acquatica, bella nel
suo donarsi all'acqua e nel pallore, le gambe cullate
dalla corrente una sorte di pistillo emergente dal
petalo della sottoveste intrisa che si apre e si appoggia
sulla sua carne priva di volontà, poi, quando
quello stesso corpo sbatte contro il ventre della
chiatta, ecco la morte presentarsi in tutta la sua
oscenità. Ed ecco che i sensi di poco prima
la catturano in un modo diverso. La narrazione si
apre con una considerazione sulla limitazione della
lingua, i codici che intrappolano ciò che non
può essere intrappolato: l'io. È l'io
di Joe, che vola basso da terra, la tocca e risale,
se ne pone fuori in modo spontaneo, guarda l'umano
dall'esterno, poi si tuffa in esso e di nuovo se ne
allontana. Protagonista del libro è l'io imprescindibile
dai sensi, in essi impastato, aggrovigliato, e poi
quell'altro io, quello che d'improvviso si pone fuori
e guarda se stesso e tutto il resto da lontano. È
il navigatore dello spazio interiore che si nutre
di quei sensi e poi li analizza con lucida razionalità.
I sensi sono come il linguaggio, ognuno nella propria
sfera limita la molteplicità del reale. Se
apri gli occhi cogli la luce, i contorni, le ombre.
Se li chiudi e tocchi quello stesso corpo che avevi
definito con la vista, lo cogli nella sua materia
e quella materia ti accende. Di tutti i sensi, il
tatto, nel Giovane Adamo, è il senso principe.
Sin dalle prime righe il libro pianta nel lettore
invisibili brulicanti radici capaci di catturarne
e risvegliarne i sensi. Le parole sono le gocce di
un rubinetto lasciato inavvertitamente aperto, da
bere ad una ad una, passandosi la lingua sulle labbra.
Il ritmo è quello del respiro umano in un crescendo
regolare che a momenti sale e sale e poi scende e
tutt'a un tratto si nasconde dietro la lucida analisi
del protagonista-io narrante. D'improvviso Joe si
distacca dal suo vissuto, si sdoppia, se ne pone fuori.
Sono questi i momenti in cui lascia velocemente la
sua fisicità per diventare cosmonauta dell'interiore.
Ed ogni goccia che lascia cadere è bevuta avidamente
e assaporata dal lettore, che non riesce a distaccarsene,
al contrario, è in balia del vortice dei sensi
e contemporaneamente strappato via da essi e trasportato
in una dimensione limpida da cui osservarli.