Più che un "maudit" della letteratura,
Alexander Trocchi è stato uno scrittore che
si è automaledetto : g enio incompreso del
panorama culturale non solo europeo degli anni Cinquanta
e Sessanta , autentica meteora dell'inchiostro, soltanto
oggi inizia ad essere considerato uno dei precursori
di quella corrente "beat" più battuta
che beata .
Considerato un "cosmonauta dello spazio interiore"
da William Burroughs, Trocchi ha in effetti indagato
qualche anno prima di James Ballard quell'"inner
space" che farà la fortuna narrativa dell'autore
di Crash e de La mostra delle atrocità . Sempre
ai margini della vita, sempre con l'acceleratore premuto
al massimo verso l'autodistruzione, eroinomane e alcolista,
questo scrittore non ha avuto certo un'esistenza facile:
ha vissuto di intuizioni geniali, ma non è
mai riuscito a superare lo spessore della carta. Fondatore
di una rivista, Merlin , che ha contribuito a far
conoscere autori come Beckett, Ionesco o Genet, come
scrittore non è mai riuscito a raggiungere
la fama che meritava.
Almeno fino a oggi. Da qualche anno, infatti, questo
scozzese (ma di chiare origini italiane) è
considerato uno scrittore di culto: un successo che
merita perché, oltre l'icona del maledetto
(che da sempre affascina il grande pubblico avido
di biografie dissolute), Trocchi è uno scrittore
capace di andare oltre i margini dell'inchiostro catapultandoci
in un universo parallelo che ci appare quanto mai
lisergico proprio perché è il nostro.
Indaga e descrive sì il nostro reale, ma dai
margini : dai confini di un mondo che troppo spesso
releghiamo con facilità al "Niente".
I suoi romanzi – Il libro di Caino (pubblicato
lo scorso anno da Fandango) e questo Giovane Adamo
(dal quale il giovane regista scozzese David Mackenzie
ha tratto l'omonimo film presentato all'ultimo Festival
di Cannes) – sono molotov d'inchiostro, sono
schegge impazzite di un'eversione che, a ogni riga,
a ogni parola, diventa contestazione di un sistema
che – accogliendoci – ci assorbe e ci
dissolve. I libri di Trocchi sono le ultime urla:
disperate, soffocate e soffocanti di chi vuole opporsi
alla schizofrenia dei tempi moderni. Tempi in cui
la rivendicazione della propria identità è
forse l'ultimo riflesso non condizionato di un dolore
che dovrebbe essere collettivo, ma che paradossalmente
diventa tragedia privata. Nelle letture, come nella
vita .