ALIAS – il manifesto - 10 maggio 2003
Public junkie
di Simone Barillari

Quello che ormai rimane – a poco meno di vent'anni dalla sua morte unanimemente ignorata e mentre quest'epoca accantona quella di cui Trocchi fu il più segreto tessitore – è soprattutto e quasi soltanto una lontana leggenda, convenzionale come ogni leggenda anche nei suoi orrori. Tra l'inizio degli anni Cinquanta e il suo ultimo giorno, dunque, Alexander Trocchi era stato il tossicomane dichiarato per antonomasia, e insieme a William Burroughs – di cui fu amico – e forse ancora più di lui, inventò la figura rabbiosa del public junkie e predicò la droga come strumento di eversione politica, giungendo a bucarsi in diretta nazionale su una televisione commerciale americana. Intorno a questo, poi, la sua biografia annovera una consueta rassegna di apocalissi private, che ha senso ricordare solo nella misura in cui scrittura e vita sono state in lui indissolubili e a tratti indistinguibili: due mogli iniziate all'eroina, la seconda mandata a prostituirsi per la droga negli stessi giorni in cui le dedicava il suo maggior romanzo; alcuni figli, in parte abbandonati, in parte eroinomani, uno suicida a quattro mesi dalla scomparsa del padre; e alla fine di tutto il cliché magnetico dell'eclisse allo zenit, di chi abbandona sottraendosi al destino che gli dovrebbe assegnare il talento, gli ultimi venticinque anni trascinati sul suo terzo libro, The Long Book, che non avrebbe mai finito.
Eppure, con il secondo e con pochi altri scritti, Trocchi aveva teorizzato tra i primi in Europa l'espansione della coscienza attraverso le droghe, la loro virtù sociale di opposizione al sistema inserendosi nella lunga tradizione che da James Boswell, scozzese come lui, portava fino a Genet, che Trocchi tradusse: ed è legittimo quanto inutile domandarsi perché, nei volumi che oggi ripercorrono quella stagione artistica, venga ricordato quasi soltanto per aver definito nel Libro di Caino il termine cool, marchio di quell'epoca nato dal gergo dei tossicodipendenti, dove indicava il senso di benessere che ha l'organismo sotto eroina – «sensazione di essere intatto e infrangibile e soprattutto inviolabile».
Anche da altri eccessi di quell'epoca, comunque, Trocchi si lasciò segnare quasi come da stigmate, perseguendoli come si può perseguire la necessità di un segno. A Parigi, nella prima metà degli anni Cinquanta, elaborò al fianco di Guy Debord e Jacqueline de Jong le tesi e i manifesti di quella che sarebbe presto diventata l'Internazionale Situazionista. Nelle riunioni semiclandestine sulla riva sinistra della Senna veniva predisposta la technique du coupe du monde, una presa non cruenta del potere planetario attraverso la lenta infiltrazione nei mezzi di produzione culturale di massa. Per anni ancora, ben oltre la plausibilità dei suoi piani, Trocchi portò in dibattiti e pubblicazioni sui due continenti il suo Sigma Project, quella che lui prospettava come l'insurrezione invisibile di un milione di menti. Si manteneva intanto producendo sotto improbabili pseudonimi (Jean Blanche, Carmencita de las Lunas) romanzetti pornografici in serie, vedendo inoltre «nella stesura di opere pornografiche la possibilità di mandare l'establishment a farsi fottere»; e, oltre a sé per non molti numeri, riuscì a mantenere in vita anche una rivista letteraria, il Merlin dove trovarono ospitalità Beckett e Ionesco, Apollinaire e Sartre. Ogni volta l'editore fu il famigerato Maurice Girodias dell'Olympia Press, a cui Trocchi consigliò Histoire d'O come Lolita, facendolo uscire a Parigi nella sua prima edizione mondiale.
Così, tutta la prosa di Trocchi, anche quella alta e una parte significativa delle sue poesie, sono percorse come un circuito elettrico da una tensione erotica quasi intollerabile, da un desiderio fisicamente doloroso non soltanto per il sesso ma per la carne nella sua consistenza imperfetta di materia, nelle sue corruzioni oscene. Nel suo romanzo migliore, poco importa se davvero in una scena autobiografica, viene celebrata l'inconcepibile sensualità di una giovane donna sformata dalla fatica e con un moncherino di legno al posto della gamba. Un'ulteriore notizia, che non per forza dev'essere autentica per essere significativa e che aggiunge forse al quadro della sua ossessione più di quanto si perda per via di una certa grossolanità, riferisce che Trocchi era il cerimoniere di pratiche orgiastiche nella cerchia delle sue amicizie.
Niente di tutto questo – le droghe e l'ossessione della carne, l'oltranza politica e una perversa sorta di carisma – rimase estraneo ai due romanzi compiuti che sono la sua unica eredità letteraria. Uscito nel 1956 Giovane Adamo (curato con grande dedizione da Anna Battista per le Edizioni Socrates, pp. 160, € 12,00) potrebbe ancora acconsentire alla definizione di romanzo, storia di un'ossessione sessuale inscritta in un omicidio, ma è già insofferente dei canoni e delle strutture romanzesche. Nel 1960, il Libro di Caino (l'anno scorso per Fandango, nella traduzione efficace di Leonardo Luccone) sommava in sé narrazione, pamphlet e diario politico e filosofico, «Caino e le sue orazioni, Narciso davanti al suo specchio», registrando esistenza e impeti di un tossicomane. «Da molto tempo ho maturato l'impressione che lo scrivere che non è ostensibilmente un'operazione dell'autocoscienza risulta essere per il nostro tempo qualcosa di scarsamente autentico. Penso che ogni dichiarazione dovrebbe essere datata, il che è un altro modo di dire la stessa cosa. Non conosco nessun ragazzo ignorante o sciocco che possa accettare per vere le vecchie forme oggettive. Non esiste nel libro alcun personaggio abbastanza grande da porre in dubbio la validità del libro stesso?».
Entrambi i romanzi, sia pur in misura e modi diversi, trasportano in ambito letterario la cifra di radicale eversione che meglio di ogni altra descrive Trocchi («nessun inizio, né mezzo, né fine»), la sua volontà incondizionata di situarsi al di là e al di sopra di qualsiasi regola costituita, ponendosi in uno stato di sospensione quasi extraterritoriale di ogni autorità: accomuna le due storie la presenza di una chiatta di cui sono inquilini i protagonisti. Quello che però si avverte al fondo della sua scrittura, quello che forse lo ha spinto su posizioni di intransigenza politica, morale e artistica di cui ha pagato a più riprese le conseguenze, è stata l'esigenza di misurare costantemente, con una lucidità cruenta e ininterrotta, la sua distanza dal sistema, verificandola su di sé, sul suo corpo e nella pagina, e ostentandone continuamente gli effetti e le ferite, esibendole come garanzia di estraneità e perfino di purezza innanzitutto davanti a sé, e forse negandosi infine anche la responsabilità del suo talento.
«Ho avuto bisogno delle droghe», si legge in una nota trovata tra le carte di Trocchi dopo la sua morte, «per abolire dentro di me il doloroso riflesso della schizofrenia dei miei tempi, per spegnere l'impulso di tirarmi subito in piedi e di uscire nel mondo a vivere un'identità appropriata e tradizionale... Gli astronauti che erano i miei eroi si muovevano lungo le traiettorie dello spazio interiore... Volevo evadere dalla prigione mentale del mio linguaggio, volevo renderlo nuovo».