Quello che ormai rimane – a poco meno di vent'anni
dalla sua morte unanimemente ignorata e mentre quest'epoca
accantona quella di cui Trocchi fu il più segreto
tessitore – è soprattutto e quasi soltanto
una lontana leggenda, convenzionale come ogni leggenda
anche nei suoi orrori. Tra l'inizio degli anni Cinquanta
e il suo ultimo giorno, dunque, Alexander Trocchi
era stato il tossicomane dichiarato per antonomasia,
e insieme a William Burroughs – di cui fu amico
– e forse ancora più di lui, inventò
la figura rabbiosa del public junkie e predicò
la droga come strumento di eversione politica, giungendo
a bucarsi in diretta nazionale su una televisione
commerciale americana. Intorno a questo, poi, la sua
biografia annovera una consueta rassegna di apocalissi
private, che ha senso ricordare solo nella misura
in cui scrittura e vita sono state in lui indissolubili
e a tratti indistinguibili: due mogli iniziate all'eroina,
la seconda mandata a prostituirsi per la droga negli
stessi giorni in cui le dedicava il suo maggior romanzo;
alcuni figli, in parte abbandonati, in parte eroinomani,
uno suicida a quattro mesi dalla scomparsa del padre;
e alla fine di tutto il cliché magnetico dell'eclisse
allo zenit, di chi abbandona sottraendosi al destino
che gli dovrebbe assegnare il talento, gli ultimi
venticinque anni trascinati sul suo terzo libro, The
Long Book, che non avrebbe mai finito.
Eppure, con il secondo e con pochi altri scritti,
Trocchi aveva teorizzato tra i primi in Europa l'espansione
della coscienza attraverso le droghe, la loro virtù
sociale di opposizione al sistema inserendosi nella
lunga tradizione che da James Boswell, scozzese come
lui, portava fino a Genet, che Trocchi tradusse: ed
è legittimo quanto inutile domandarsi perché,
nei volumi che oggi ripercorrono quella stagione artistica,
venga ricordato quasi soltanto per aver definito nel
Libro di Caino il termine cool, marchio di quell'epoca
nato dal gergo dei tossicodipendenti, dove indicava
il senso di benessere che ha l'organismo sotto eroina
– «sensazione di essere intatto e infrangibile
e soprattutto inviolabile».
Anche da altri eccessi di quell'epoca, comunque, Trocchi
si lasciò segnare quasi come da stigmate, perseguendoli
come si può perseguire la necessità
di un segno. A Parigi, nella prima metà degli
anni Cinquanta, elaborò al fianco di Guy Debord
e Jacqueline de Jong le tesi e i manifesti di quella
che sarebbe presto diventata l'Internazionale Situazionista.
Nelle riunioni semiclandestine sulla riva sinistra
della Senna veniva predisposta la technique du coupe
du monde, una presa non cruenta del potere planetario
attraverso la lenta infiltrazione nei mezzi di produzione
culturale di massa. Per anni ancora, ben oltre la
plausibilità dei suoi piani, Trocchi portò
in dibattiti e pubblicazioni sui due continenti il
suo Sigma Project, quella che lui prospettava come
l'insurrezione invisibile di un milione di menti.
Si manteneva intanto producendo sotto improbabili
pseudonimi (Jean Blanche, Carmencita de las Lunas)
romanzetti pornografici in serie, vedendo inoltre
«nella stesura di opere pornografiche la possibilità
di mandare l'establishment a farsi fottere»;
e, oltre a sé per non molti numeri, riuscì
a mantenere in vita anche una rivista letteraria,
il Merlin dove trovarono ospitalità Beckett
e Ionesco, Apollinaire e Sartre. Ogni volta l'editore
fu il famigerato Maurice Girodias dell'Olympia Press,
a cui Trocchi consigliò Histoire d'O come Lolita,
facendolo uscire a Parigi nella sua prima edizione
mondiale.
Così, tutta la prosa di Trocchi, anche quella
alta e una parte significativa delle sue poesie, sono
percorse come un circuito elettrico da una tensione
erotica quasi intollerabile, da un desiderio fisicamente
doloroso non soltanto per il sesso ma per la carne
nella sua consistenza imperfetta di materia, nelle
sue corruzioni oscene. Nel suo romanzo migliore, poco
importa se davvero in una scena autobiografica, viene
celebrata l'inconcepibile sensualità di una
giovane donna sformata dalla fatica e con un moncherino
di legno al posto della gamba. Un'ulteriore notizia,
che non per forza dev'essere autentica per essere
significativa e che aggiunge forse al quadro della
sua ossessione più di quanto si perda per via
di una certa grossolanità, riferisce che Trocchi
era il cerimoniere di pratiche orgiastiche nella cerchia
delle sue amicizie.
Niente di tutto questo – le droghe e l'ossessione
della carne, l'oltranza politica e una perversa sorta
di carisma – rimase estraneo ai due romanzi
compiuti che sono la sua unica eredità letteraria.
Uscito nel 1956 Giovane Adamo (curato con grande dedizione
da Anna Battista per le Edizioni Socrates, pp. 160,
€ 12,00) potrebbe ancora acconsentire alla definizione
di romanzo, storia di un'ossessione sessuale inscritta
in un omicidio, ma è già insofferente
dei canoni e delle strutture romanzesche. Nel 1960,
il Libro di Caino (l'anno scorso per Fandango, nella
traduzione efficace di Leonardo Luccone) sommava in
sé narrazione, pamphlet e diario politico e
filosofico, «Caino e le sue orazioni, Narciso
davanti al suo specchio», registrando esistenza
e impeti di un tossicomane. «Da molto tempo
ho maturato l'impressione che lo scrivere che non
è ostensibilmente un'operazione dell'autocoscienza
risulta essere per il nostro tempo qualcosa di scarsamente
autentico. Penso che ogni dichiarazione dovrebbe essere
datata, il che è un altro modo di dire la stessa
cosa. Non conosco nessun ragazzo ignorante o sciocco
che possa accettare per vere le vecchie forme oggettive.
Non esiste nel libro alcun personaggio abbastanza
grande da porre in dubbio la validità del libro
stesso?».
Entrambi i romanzi, sia pur in misura e modi diversi,
trasportano in ambito letterario la cifra di radicale
eversione che meglio di ogni altra descrive Trocchi
(«nessun inizio, né mezzo, né
fine»), la sua volontà incondizionata
di situarsi al di là e al di sopra di qualsiasi
regola costituita, ponendosi in uno stato di sospensione
quasi extraterritoriale di ogni autorità: accomuna
le due storie la presenza di una chiatta di cui sono
inquilini i protagonisti. Quello che però si
avverte al fondo della sua scrittura, quello che forse
lo ha spinto su posizioni di intransigenza politica,
morale e artistica di cui ha pagato a più riprese
le conseguenze, è stata l'esigenza di misurare
costantemente, con una lucidità cruenta e ininterrotta,
la sua distanza dal sistema, verificandola su di sé,
sul suo corpo e nella pagina, e ostentandone continuamente
gli effetti e le ferite, esibendole come garanzia
di estraneità e perfino di purezza innanzitutto
davanti a sé, e forse negandosi infine anche
la responsabilità del suo talento.
«Ho avuto bisogno delle droghe», si legge
in una nota trovata tra le carte di Trocchi dopo la
sua morte, «per abolire dentro di me il doloroso
riflesso della schizofrenia dei miei tempi, per spegnere
l'impulso di tirarmi subito in piedi e di uscire nel
mondo a vivere un'identità appropriata e tradizionale...
Gli astronauti che erano i miei eroi si muovevano
lungo le traiettorie dello spazio interiore... Volevo
evadere dalla prigione mentale del mio linguaggio,
volevo renderlo nuovo».