Il giornale d'Italia - 24 settembre 2002
Droga diabolica o dono di Dio?
di Carla Dolazza

Al contadino Mass Kenton (lui non coltiva ganja), è dedicato dall'autore, Peter-Paul Zahl, il romanzo Cannabis, droga diabolica, edito dalla Socrates. In realtà il libro è dedicato alla Giamaica. È un canto d'amore, di rabbia, di passione, che fa da colonna sonora al viaggio, da Kingston a Negril, di due amici: il poliziotto Prento e il detective privato Aubrey Fraser, detto "Ruffneck", nel corso nel corso delle loro indagini su un efferato delitto legato al traffico della cocaina. Da Sud a Nord e poi verso Ovest ci viene presentata l'Isola, se ne raccolgono immagini, ne vengono dischiuse porte, quelle sulle palme battute dal vento in una piccola baia, la sabbia bianca, le formiche e il cielo di un blu intenso, quelle sulla sua storia, e sul suo retaggio di violenza che ancora alita fra le palme e che è il risultato della rapacità, del disprezzo per gli uomini e dell'ingordigia di una classe dominante insediatasi, sin dal lontano 1700, non per costruire un futuro di sviluppo ed autodeterminazione ma il proprio esclusivo benessere. Droga diabolica è il desiderio dell'uomo di essere saziato a tutti i costi, a costo della vita di altri.
Durante il viaggio, la vita dei campi di canna da zucchero, e le fitte treccine disposte come solchi paralleli sulla testa di una bambina, non può far altro che proiettare davanti agli occhi della voce narrante, quella di Albrey Ruffneck Fraser - che è difficile non identificare con quella dell'autore ed immaginare il personaggio - le sofferenze degli schiavi nelle piantagioni di un'altra droga diabolica: lo zucchero, il cui desiderio chiedeva di essere appagato e "gli enormi guadagni che esso portava con sé, come quelli di tutte le droghe pesanti, volevano essere realizzati". C'era perciò bisogno di forza lavoro, di schiavi importati dall'Africa Occidentale, dopo che erano state sterminate le popolazioni originarie: gli Arawak, i Taino, e i Caribi. Dalla porta aperta su uno squarcio sul 1700 fino all'abolizione della schiavitù, si torna al presente, all'incontro con personaggi come Rass Lick e la sua filosofia rasta, calmo e cortese, saggio e indulgente, fiero delle sue radici, privo dell'intento di far proseliti, fumatore e produttore di ganja, l'erba sacra, "quella che dai senzadio viene chiamata la droga diabolica, assassina della gioventù"; a quello con la famiglia Chang, il cui capostipite, cinese di Singapore dalla pelle bianchissima, da venditore ambulante di lacci per le scarpe e detersivi per i piatti, era riuscito, col lavoro incessante - anche ventiquattro ore su ventiquattro, se necessario - di tutti i membri del suo clan, a costruire un impero. E mentre i protagonisti procedono sulle tracce degli assassini, noi dimentichiamo lo scopo del viaggio e non possiamo fare a meno di fermarci ad ascoltare il ritmo di un popolo, a subire il fascino della vivacità. Apriamo le narici agli odori della cucina, al riso cotto nel latte di cocco, al rognone, alla capra al curry, all'igname e alle banane cotte, all'energetico succo delle noci di cocco non ancora mature e in mezzo al fumo di reefer, bhang, pot, marijuana, ganja, sensimillia, in una parola: cannabis, erba diabolica-o-dono-di-dio ?, scorgiamo i colori, forti, nitidi, quelli dell'identità della Giamaica: il nero delle difficoltà incontrate e quelle da affrontare, il verde della speranza, della vegetazione rigogliosa, l'oro del suo sole.