Una donna morta in un cassonetto: sgozzata, completamente
nuda, marcata; siamo in una traversa di via Nomentana, a Roma, davanti all’ambasciata afghana.
A partire da questa macchia si snodano le 24 narrazioni de La marcatura della regina. Una storia per ogni ora della giornata: uno spazzino e un tassista, una cameriera e una giornalista,
un prete e una prostituta, un immigrato e una bambina. Normali, banali esistenze, ombre anonime tra la folla. Unica dorsale l’evolversi del caso d’omicidio: tutti i protagonisti infatti
risultano in qualche modo collegati alle indagini, come se condividessero una storia comune di cui però non riescono a partecipare appieno.
Sono comparse l’uno nella vita dell'altro, intrappolati assieme nelle celle che di giorno in giorno si trovano a costruire. Come tante piccole api.
Giovanni Di Giamberardino, con il suo romanzo d’esordio, ci fa entrare negli alveari umani per mezzo di una scrittura paziente, rigorosa, e al tempo stesso potente nella sua acuminata
carica emotiva.
Finalista al Premio Calvino nel 2009 con il titolo Aristeo e le api, La marcatura della regina è stato definito dalla giuria “una
odierna sociologia della solitudine”.
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Ricominciare. Tutto inizia da dove finisce e via all’indietro. L’era dell’oro è passata. Tornerà e mi troverà qui. Al limitare del sonno. Al limitare della coscienza.
Mi punge. Lo sento. Mi punge. L’ho presa. Tiro su e il sangue è una scintilla. Lo sento. Mi accendo. Poi spingo. Mi punge di più. Mi lacera. Mi penetra. Nelle vene. Mi irrora. Mi infiamma. E non mi serve più. Ora non mi serve più. Sono libera. Lo sono. Io sono.
Il cucchiaio è ancora caldo. Annerito. Qualche goccia di limone. Limone come sulle ostriche. Limone come sulle ostriche in un ristorante di classe. Sono una signora. Sono una regina. L’ago risucchia la dose. Il laccio emostatico preme appena sopra il gomito. Lo vuole. Cazzo se lo vuole. Adesso vanno a sigarette, si aspira dal filtro, come al cesso o con il caffè dopo pranzo. Fanculo. Rigurgito borghese. Fanculo voi e le vostre maschere. Io lo voglio dentro di me, lo voglio ficcato a fondo a invadere ogni fibra della mia pelle. Lo voglio. Cazzo se lo voglio. Dicono che la gioia è nell’attesa. È la più grossa stronzata che abbia mai sentito.
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