Blow Up marzo 2011

 

Quello che non sopporto in Giulia è che non mi ha mai incoraggiato davvero. A spaccarmi la testa sulle traduzioni, be', sì. A scrivere per conto mio, quello no, mai. Allora mi torna in mente il sogno fatto su Pasolini mai scappato dal Friuli: come contano le occasioni, gli incontri, le circostanze casuali, il prendere o meno un treno che passa dalle tue parti, il coraggio di restare o andarsene, dipende, dipende dal caso e tu lo scoprirai solo dopo se hai fatto bene o male, che crudeltà. Che crudeltà, davvero, dover ammettere che la grandezza e la fortuna di un artista, in vita, possano dipendere dal suo posizionamento sociale, partitico, famigliare, economico: e che sofferenza dover prendere atto che non basti averlo capito, perché quando si è parte di quella minoranza di intellettuali e di innamorati della bellezza che tutto ha fuorché voglia di scendere a patti col potere, quale che sia il suo colore, non c'è rimedio e non c'è soluzione diversa dal restare in vita. Che crudeltà, e che ingiustizia. Ma abbracciamo, almeno, col dovuto entusiasmo e con la dovuta amicizia lo scrittore che ha sentito necessario e giusto scriverne e denunciare lo stato degli intellettuali italiani indipendenti in questi foschi ultimi decenni: perché è riuscito a scriverne evitando strapiombi retorici, trombonate e paraculate di ogni ordine e grado, e non ha avuto paura di essere sincero e diretto sino all'ingenuità. Grande romanzo di Flavio Santi, letterato classe 1973, traduttore, narratore, poeta e consulente editoriale, Aspetta primavera, Lucky non è soltanto un partecipe e sentito omaggio alla potenza espressiva, all'intelligenza e all'onestà di Luciano Bianciardi: è la drammatica e consapevole denuncia delle condizioni di vita e delle prospettive di quella che l'artista battezza prima generazione di operai-intellettuali: la nostra, quella degli ex ragazzi nati negli anni Settanta (e Ottanta, va da sé). È una generazione in cui nessuno ha più paura di morire, nonostante nessuno di noi sia in guerra: perché al di là del rammarico per il vino, per le donne amate e per i libri certe volte si ha la netta sensazione che si sarebbe pronti a tutto pur di barattare la pace eterna col disordine, la sporcizia e la frenesia di questo tempo. È una generazione i cui protagonisti sono stati allevati e addestrati per essere classe dirigente e classe intellettuale d'una nazione che non esiste più, ferita e oltraggiata dalla volgarità e dalla nulla etica del forzismo e dallo scarso appeal delle sue alternative, nel tempo: è una generazione che non sopporta l'idea che per essere parte di quella che avevamo mitizzato come repubblica dei letterati serva, più che il talento e più che l'intelligenza, una grottesca capacità d'essere sociali e socializzanti, una ridicola e colorita predisposizione alle pubbliche relazioni, una vigliacca sottomissione all'egida di certi quadri di partito. Chi s'è trovato a vivere e lavorare nell'editoria italiana, con uno straccio di professionalità, non potrà che apprezzare il coraggio kamikaze di un professionista delle patrie lettere che tutto a un tratto, dopo aver denunciato vezzi strutturali e incomprensibili lacune del nostro mondo, prende e fa i nomi, camuffati con allegria, di quelli che non pagano e delle arie progressiste che intanto si danno. Come se non bastasse, l'alter ego dell'artista, narratore di questo libro, ha la suprema onestà di ammettere che le rovinose vicende professionali e contrattuali della nostra generazione di letterati, falciati dalla peste catodica del berlusconismo e dalla sparizione progressiva e metodica dei loro diritti di lavoratori, hanno determinato guasti sentimentali e comportamentali mica da poco: in questo libro, per esempio, un amore bello, pulito e istantaneo come quello tra il narratore e la sua futura moglie, una che somigliava a Simone Weil da un sacco di punti di vista, finisce per sprofondare nella normalità e nella prevedibilità del tradimento, della doppia o tripla vita con tanto di delirio rancido e ideologico di lei, nella disperata ricerca di un senso e di una prospettiva che non può esistere, tantomeno nel torcicollo veteromarxista. Un romanzo come questo restituisce un'incredibile voglia di vivere, di combattere e di cambiare le cose: di fondare nuovi microcosmi a misura d'uomo, di tornare a scrivere per rovesciare il sistema, di tornare a considerare quanto seducente e patriottica sia l'eversione della letteratura. (8)

 

Gianfranco Franchi