Il sonno della comunicazione genera mostri. Sono
i mostri della quotidianità, dell'ovvio, del
conforme. Nella grafica, come altrove, sono mostri
bonari, amichevoli, di piacevole aspetto.
Si possono frequentare gradevolmente e senza fatica,
ti offrono stimoli facili e ti chiedono solo di lasciarti
andare, di non pretendere che il loro messaggio sia
più che una tautologia. Sono virus che una
volta penetrati consumano lentamente il gusto e l'intelligenza.
È una cortina che s'ispessisce come l'alzarsi
di una nebbia. Rimuovendo l'identità di un
percorso evolutivo personale, quindi storicizzabile,
sembra che oggi la comunicazione grafica coltivi la
tendenza a scegliere questo o quel frammento da un
universo di icone in cui tutto è definitivamente
dato, tutto è compresente, tutto si equivale,
in un unico mondo possibile.
Questo libro autobiografico (Michele Spera, 194 storie
di un segno , Edizioni Socrates ) di uno dei maggiori
grafici “storici” italiani, ci restituisce
un orientamento perduto.
È il racconto di un'attività che si
svolge per più di trent' anni, dal 1962 al
1995, come un sottile filo rosso che compenetra politica,
industria, lavoro, scelte economiche e frontiere di
civiltà. Il tutto visto attraverso un'opera
grafica nella quale la geometria si fa immagine, il
particolare rimanda a una struttura generale che è
già struttura del mondo, in una sorta di finalissimo
visionario in cui l'estetica diventa impegno vitale.
Non ci può essere meraviglia nel constatare
che Spera, passionale uomo del Sud, ci abbia offerto
le forme più razionali della grafica di questi
decenni.
È il rappresentante della grande tradizione
di un Sud che ha sempre prodotto, non in contrapposizione
con se stesso ma semplicemente con i suoi stereotipi,
un pensiero lucido e astratto sempre anticipatore
della realtà storica e sociale.
Restando sempre fedele al suo linguaggio, Spera ha
lavorato per grandi committenti (Rai, Innocenti, Maserati
, Unioncamere , Esso, Treccani ) e contemporaneamente
per il rinnovamento della grafica nella politica.
I suoi manifesti per il partito repubblicano sono
ancora l'esempio di uno stile che ha trovato epigoni,
ma ben pochi successori nel suo tentativo di un approccio
globale , di una ridefinizione nell'ambito del rapporto
di comunicazione prima ancora che nei contenuti.
I suoi lavori sono computerizzati prima dell'avvento
del computer. Sono postindustriali all'inizio dell'era
industriale. Ma soprattutto sono strettamente personali,
densi di identità affettiva.
Nel libro la loro piena lettura viene evidenziata
dalla storia del rapporto che li ha creati e fatti
nascere o talvolta (visto che il libro non è
un catalogo di successi ma anche di difficoltà)
ha impedito la loro nascita “pubblica”.
In questo suo aprirsi, in questo suo raccontarsi umano
e professionale, Spera parla anche di rimpianti. Del
suo inappagato desiderio, ad esempio, di lavorare
per il cinema. Di trasformare l'oleografico e ormai
sclerotizzato manifesto cinematografico in un simbolo,
in un segno perfetto, in un'emozione geometrica .
Come in molti dei coevi manifesti americani.
Il Saul Bass de L' uomo dal braccio d'oro fu perfino
“importato” nelle locandine italiane,
ma era la classica eccezione, l'esotismo che confermava
una regola. Il contesto culturale della tradizione
si oppose a qualsiasi rottura.
Eppure pochi grafici sono legati al passato e alla
tradizione come Spera, lucano di Potenza, le cui forme
più rarefatte non sono giochi di linee ma oggetti.
Radiografie di oggetti, astrazioni di oggetti, strutture
del reale. Se qualcosa colpisce è la concretezza
del simbolo, l'evidenziare una funzione, l'isolare
nel movimento di una forma il punto in cui si ottiene
il massimo significato.
Indisponibile a essere guidato tanto agli inizi che
dopo aver raggiunto una fama internazionale, in questo
suo raccontare la vita e non la carriera, Spera ci
conferma che i mostri cominciano esattamente là
dove finisce la memoria di se stessi.