Supercodice musicale di aspirante all’estasi
Poche figure si presentano come quella di Keith Jarrett a incarnare il carattere
multiforme e apparentemente contraddittorio della vita musicale al tramonto
del nostro secolo. Perciò non sorprende che anch’egli non abbia
resistito alla tentazione cui hanno soggiaciuto tanti dei maggiori compositori
e interpreti del Novecento: la volontà di spiegarsi a parole, di raccontarsi
direttamente o, come in questo libro, attraverso la mediazione di un interlocutore,
qui il musicista e scrittore giapponese Kunihiko Yamashita. È difficile,
se non impossibile, rinchiudere in una categoria l’attività di
Jarrett: jazzman e pianista classico, solista e membro di gruppi, improvvisatore
fluviale e compositore, ma anche interprete di Bach e Haendel al clavicembalo.
Un’analoga poliedricità si ritrova in questo volume: autobiografia,
manifesto poetico, confessione appassionata, ma anche antologia di citazioni
dei propri padri spirituali e musicali. La lettura diventa un’avventura
simile all’ascolto delle improvvisazioni di Jarrett: «un attraversamento
così lungo di stili e di forme», come scrive Carlo Maria Cella
nell’illuminante prefazione; un’improvvisazione che va oltre quella
ormai estinta della tradizione europea e quella afroamericana «per aver
trovato un supercodice capace di muoversi nel più grande affollamento
di musiche e codici che il pianoforte abbia finora conosciuto». Ciò
che unifica questa folla di citazioni e ne fa uno stile, è una concezione
mistica e rituale della comunicazione musicale: il «desiderio feroce»,
la volontà di «essere sveglio» come persona dietro la maschera,
attraverso cui Dio si mostra.
Quest’aspirazione all’estasi si esprime anche visivamente nella
gestualità, anzi nella corporeità delle performances di Jarrett:
per questo la ricca documentazione fotografica non è una concessione
al divismo, ma una componente fondamentale del testo, non meno del piccolo ma
prezioso inserto di trascrizioni musicali.
L’accuratissima operazione editoriale è completata da un ampio
saggio di Peter Rüedi, che ricostruisce l’evoluzione artistica del
cinquantenne musicista, e da un esauriente apparato bibliografico e discografico.
Marina Verzoletto