Wim
Wenders è indubbiamente
il regista più famoso
del "nuovo cinema tedesco".
Venerato dai cinéphiles
(Nel corso del tempo -
Alice nelle città -
Lo stato delle cose),
dopo la lunga esperienza americana
(Paris, Texas) si
è imposto all'attenzione
del grande pubblico.
Wim
Wenders, per l'innovazione
del linguaggio cinematografico
e per la tensione morale che
anima i suoi personaggi, è
diventato uno dei Maestri
incontrastati del cinema contemporaneo
(Il cielo sopra Berlino
- Fino alla fine del mondo
- Buena Vista Social Club),
consacrato anche dai Festival
di tutto il mondo (Cannes,
Venezia, Berlino).
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Il
libro è un diario che
racconta giorno per giorno
la lavorazione di quell'avventura
cinematografica che è
Al di là delle nuvole,
girato dopo anni di silenzio
da Michelangelo Antonioni,
uno dei più grandi
Maestri della cinematografia
mondiale, e realizzato con
l'aiuto e l'assistenza discreta
di un "discepolo"
del calibro di Wim Wenders.
Il regista tedesco racconta
Antonioni con ammirazione
incondizionata, lo osserva
e dipinge il ritratto di un
uomo in cui vulnerabilità
e forza si fondono misteriosamente,
poi annota quotidianamente
le sue impressioni e le sue
emozioni, raccontando la vita
del set, le difficoltà
di produzione, il rapporto
con gli attori - un cast d'eccezione:
Marcello Mastroianni, Jeanne
Moreau, Fanny Ardant, John
Malkovich, Irène Jacob,
Vincent Pérez, Kim
Rossi-Stuart, Sophie Marceau
- e il "work in progress"
di un film destinato a rimanere
un avvenimento unico nella
storia del cinema.
Il testo è accompagnato
da un commento straordinario
di oltre 350 fotografie, tra
cui vogliamo segnalare una
serie di suggestive panoramiche
dello stesso Wenders. |
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Ho conosciuto Michelangelo Antonioni nel 1982, a
Cannes, dove presentava in
concorso il film Identificazione
di una donna. Nello stesso
periodo io ero lì con
Hammet e il nuovo film di
Antonioni mi colpì
come già negli anni
precedenti Blow up, Zabriskie
point o L’avventura,
La notte e L’eclisse.
Avendo in progetto un documentario
sull’evoluzione del
linguaggio cinematografico
avevo pregato tutti i registi
presenti a Cannes di parlare
davanti alla macchina da presa
del futuro del cinema. Molti
avevano accetto l’invito,
tra gli altri Herzog e Faßbinder,
Spielberg, Godard e soprattutto
Antonioni. I registi si ritrovavano
in una stanza, ognuno per
conto proprio, e dopo aver
ricevuto un paio di istruzioni
venivano lasciati soli con
un Nagra e una cinepresa da
16 mm. “Mettevano in
scena” loro stessi la
risposta alla domanda che
era stata formulata in precedenza,
potevano rispondere sinteticamente
o disporre di tutta la durata
della pellicola in magazzino,
circa dieci minuti. Il film
poi fu poi chiamato Chambre
666, dalla stanza dell’Hotel
Martinez nella quale avevano
avuto luogo le riprese. In
tutta Cannes non si era trovata
un’altra camera libera.
Quella che mi aveva colpito
di più era stata la
risposta di Antonioni alla
domanda sul futuro del cinema
ed è per questa ragione
del resto che nel film non
ha subito nessun taglio, compreso
il momento in cui Michelangelo
finisce di parlare, si avvicina
alla telecamera e la spegne.
Disse: «Che il cinema
corre il pericolo di morire,
come tu dici, è vero.
Però bisogna considerare
altre cose, ci sono vari aspetti
di questo problema che non
si possono trascurare. Per
esempio che l’influenza
della televisione si faccia
sentire su tutti, sulla mentalità
e sull’occhio dello
spettatore, è innegabile,
soprattutto degli spettatori
più giovani, dei bambini
per esempio, ma è innegabile
anche che a noi sembra che
questo fatto sia una cosa
particolarmente grave soltanto
perché abbiamo un’età
diversa, probabilmente, e
in effetti noi dobbiamo cercare
di adattarci a quella che
sarà l’esigenza
di spettacolo di domani. Tutti
sappiamo che ci sono nuove
forme di rappresentazione
della realtà, ci sono
dei nuovi mezzi tecnici, c’è
il nastro magnetico che probabilmente
sostituirà la pellicola,
perché la pellicola
si è dimostrata insufficiente
ai bisogni del cinema di oggi.
(…) Io credo che con
le nuove forme tecnologiche
come il sistema elettronico
e forse anche altre, il laser,
chi lo sa, che si scopriranno,
questo problema dello spettacolo
da offrire a masse di pubblico
sempre maggiori sarà
risolto. (…) Non dobbiamo
pensare soltanto a un domani
breve, ma dobbiamo pensare
a un futuro che, chi sa, non
finirà mai probabilmente.
Dobbiamo pensare a quelli
che saranno i bisogni di spettacolo
della gente di domani. Io
non sono così pessimista.
Devo dire che sono abbastanza…Ho
cercato sempre di adeguarmi
alle forme di espressione
che corrispondevano di più
al momento (…)Probabilmente,
col grande schermo portato
nelle case e il nastro magnetico
ad alta definizione, avremo
il cinema in casa, non avremo
neanche più bisogno
delle sale cinematografiche,
tutte le strutture oggi esistenti
dovranno cadere e non sarà
facile, né sarà
una cosa breve, però
probabilmente tutta questa
trasformazione, questi mutamenti,
avverranno, e noi non potremo
farci niente, ci resterà
soltanto una cosa da fare,
ed è quella di adattarci.
(…) »
Non ero rimasto colpito solo
dalla risposta in sé,
ma anche dall’“entrata
in scena” di Antonioni:
il suo modo di parlare consapevole
e tuttavia modesto, i suoi
gesti, il suo modo di camminare
avanti e indietro davanti
alla macchina da presa, il
suo fermarsi davanti alla
finestra. Era un uomo la cui
eleganza e il cui distacco
si rispecchiavano nel suo
lavoro e la cui risposta aveva
la stessa modernità
e radicalità dei suoi
film.
Un anno appena dopo il nostro
incontro venni a sapere dell’ictus
che aveva subito e dell’afasia,
una riduzione delle sue facoltà
di parola, che ne era derivata.
Ne fui subito colpito e sperai
che le sue condizioni avrebbero
potuto migliorare con la riabilitazione
e le cure successive. Ma persi
di vista Antonioni fino a
quando, un paio d’anni
dopo, un produttore mi interpellò
per sapere se avrei potuto
eventualmente sostituire Michelangelo
come regista di back-up o
di stand-by, perché
altrimenti nessuna assicurazione
avrebbe accettato un film
diretto da lui. […]
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