Patmos.
Cos’è questo
nome, un nuovo sesamo? Di
quale regno incantato potrebbe
aprire la porta? Perché
mi vengono queste parole?
Sesamo è la parola
d’ordine di una caverna
di ladri. Patmos, se pure
fosse un sesamo, sarebbe forse
quello di un regno incantato?
Patmos, dove non fui mai,
si spalanca sulla luce. Luce
ed eternità. Ma quale
luce e quale eternità?
Quelle del sogno o quelle
della verità? L’isola
di Alcina è una menzogna.
Anche quella di Prospero?
Non so. Patmos è forse
l’isola della visione?
E dov’è la verità
della visione? Scintilla nell’intimo
più segreto dell’illusione?
Patmos risuona come marmo
al rumore sordo dei miei passi.
Come la marmorea densità
di una schiuma. Come azzurro
e biancore. Come ardore minerale.
Tra la labiale e la dentale,
nell’alfa, si slancia
la prima sillaba e prontamente
ricade la seconda nell’omega
incastonato di liquido e di
dolce sibilante. L’alfa
chiara si scioglie nell’omega
sordo; fusione che svanisce
nel sibilo annunciatore di
silenzio. Il granata dell’alfa,
l’oro opaco dell’omega,
che sono, per me, lo stendardo
di Patmos, continuano a splendere
in me, per quanto profonda
sia la caverna dove li ricevo.
Per quanto nera sia la notte,
ci si vede. Brillare così
nella notte, al semplice mormorio
del nome, senza abolire la
notte stessa, acuisce l’oscuro
sguardo dell’anima?
San Giovanni a Patmos? Lo
vedo. Al di là di Memling,
Dürer, Poussin…avendoli
in mente ed oltrepassandoli.
Lo vedo come uno che non vede.
Lo vedo, non esistente, ma
là, in quell’isola
che non vedo ma che è
là, sorta dalle acque,
estatica. Vedo l’azzurro
che lui vede. Leggo, come
uno che la mangiasse, il libro
della sua Rivelazione. Per
me, Patmos è l’isola
folle dove so che non avvenne
nulla di ciò che, nel
suo libro, è dato come
avvenuto e che non avverrà
nulla di ciò che è
stabilito come fosse avvenuto,
come destinato ad avvenire.
So che Patmos è vuota
di tutto ciò di cui
Giovanni dice che è
colma.
Nel cielo, nessuna donna
partoriente, nessun drago.
Non vi sono bestie, né
della terra né del
cielo. Niente angeli, nessuna
liturgia. Non vi sono vegliardi
incoronati, né martiri.
Non c’è agnello
sgozzato. Nulla. Nulla. Tranne
l’assoluto. Tranne l’implacabile.
L’insopportabile. Tranne
lo squarcio della spietata
bellezza. Più crudele
dell’aquila che, ogni
giorno, col becco, trafigge
il fegato di Prometeo. Più
dolce del miele, più
amara del fiele del libro
ingoiato. Patmos è
vuota. Vuota assolutamente.
Vuota di tutta, eccetto di
tremenda bellezza. Gustata,
assaporata nel silenzio sublime.
Abbraccio di luce e di gradini.
Colata di fiori sanguinosi.
Azzurro. Tenerezza della calce.
Esistenza di nessuno. Nessuno.
Nessuno a Patmos. Da sempre
e per sempre. Caste e feroci
Dionisie dove si chiamano
a convito cielo, mare, terra,
luce. Nascita di Afrodite.
All’ora stabilita, forse
risuona la campana del monastero.
Nella chiesa fresca, si canta,
forse. D’improvviso,
forse, in qualche viuzza,
riecheggia la voce di una
donna, nel pomeriggio. Ma
qui, non si ode, non si vede
nessuno. In questo tempo,
oltre la fine del tempo o
prima dell’inizio del
tempo, non c’è
altro tempo se non il baratro.
Solo un occhio. Uno sguardo
solamente. Anche qualche mormorio.
Qui, una persona si è
misurata con l’assoluto.
Al baratro, ha fatto mordere
la polvere. Al vuoto ha lanciato
una sfida. La bellezza l’ha
accettata. In quella lotta
mortale ha trionfato la vita.
Pagina per pagina,
lentamente, al ritmo di sedici
anni di quel duello, senza
veder nessuno camminare; sospendere
il cammino, tornare indietro,
scalare, poco a poco, i gradi
del sole. Dall’alba
alla notte del tempo occorrono
più di sedici anni.
Ci vuole più del tempo.
Basta un istante. Basta che
un istante abolisca la durata.
Tale è, credo, la magia
di questo libro. Non la magia:
la verità, la sua semplicità,
la monastica universalità.
Dominique Ponnau |