LA STAMPA - 27 gennaio 2001
Verdi da amare
di Sandro Cappelletto

Tutto, sempre, comunque, nonostante. Perché ha raccontato, come Tolstoj, le ambiguità, gli sfarzi, i malesseri della vita. Perché sta dalla parte di chi perde e i suoi personaggi perdono sempre, schiacciati dagli ingranaggi stritolanti del potere, delle regole sociali, della ragion di Stato e di Chiesa. E personaggi sono anche i cori: gli ebrei che sognano la terra promessa nel "Va' pensiero", i "profughi scozzesi" che cantano "Patria oppressa".
Perché capisce Violetta e il negro Otello, perfino il re pazzo, Macbeth, e il perfido Jago, quando canta "Credo in un Dio crudel". Rigoletto grida "cortigiani, vil razza dannata", ma un attimo prima stava anche lui al gioco delle crudeltà e dei soprusi. Lo conquistavano gli intrecci complicati: Manrico crede, sbagliando, che sua madre sia Azucena e suo nemico il dio Luna che è invece suo fratello, ma quando capisce è troppo tardi. Le verità narrative di Verdi non sono mai banali e la sua musica, che non si ritrae di fronte agli abissi delle passioni, riesce a esprimere le sottigliezze di questa vitale doppiezza. Era un ragazzo di campagna, non colto - "ignorante", diceva lui - ma con una violenta, liberatoria voglia d'imparare, studiare, crescere. Conosceva i propri limiti, è riuscito a superarli: letterari, musicali, culturali, stilistici. Da Busseto ai teatri di Milano, Parigi, Londra, Vienna, Pietroburgo non si arriva per caso.
In due millenni e passa di storia di un tentativo di fare l'Italia, è il solo compositore che sia stato assimilato all'idea di "nazione", la nostra. La sua musica è rimasta perfino prigioniera di questo investimento, forzato dai tempi storici, ma il Maestro saprà perdonarci se il fortissimo (?) bisogno d'identità, di radici, degli italiani ha dovuto ricorrere alle sue opere, anche.