Tutto, sempre, comunque, nonostante. Perché
ha raccontato, come Tolstoj, le ambiguità,
gli sfarzi, i malesseri della vita. Perché
sta dalla parte di chi perde e i suoi personaggi perdono
sempre, schiacciati dagli ingranaggi stritolanti del
potere, delle regole sociali, della ragion di Stato
e di Chiesa. E personaggi sono anche i cori: gli ebrei
che sognano la terra promessa nel "Va' pensiero",
i "profughi scozzesi" che cantano "Patria
oppressa".
Perché capisce Violetta e il negro Otello,
perfino il re pazzo, Macbeth, e il perfido Jago, quando
canta "Credo in un Dio crudel". Rigoletto
grida "cortigiani, vil razza dannata", ma
un attimo prima stava anche lui al gioco delle crudeltà
e dei soprusi. Lo conquistavano gli intrecci complicati:
Manrico crede, sbagliando, che sua madre sia Azucena
e suo nemico il dio Luna che è invece suo fratello,
ma quando capisce è troppo tardi. Le verità
narrative di Verdi non sono mai banali e la sua musica,
che non si ritrae di fronte agli abissi delle passioni,
riesce a esprimere le sottigliezze di questa vitale
doppiezza. Era un ragazzo di campagna, non colto -
"ignorante", diceva lui - ma con una violenta,
liberatoria voglia d'imparare, studiare, crescere.
Conosceva i propri limiti, è riuscito a superarli:
letterari, musicali, culturali, stilistici. Da Busseto
ai teatri di Milano, Parigi, Londra, Vienna, Pietroburgo
non si arriva per caso.
In due millenni e passa di storia di un tentativo
di fare l'Italia, è il solo compositore che
sia stato assimilato all'idea di "nazione",
la nostra. La sua musica è rimasta perfino
prigioniera di questo investimento, forzato dai tempi
storici, ma il Maestro saprà perdonarci se
il fortissimo (?) bisogno d'identità, di radici,
degli italiani ha dovuto ricorrere alle sue opere,
anche.