LA REPUBBLICA - 27 gennaio 2001
I SORCI VERDI
Un genio, certo, e un ineffabile operista. Ma non
soltanto. In lui c'è dell'altro: il carisma
scatenato di un'odierna star del pop; o il potere
di accentratore di attenzioni della stampa che potrebbe
vantare un politico ai vertici della ribalta. Per
forza innata e nonostante il riserbo. Così
risalta in vita l'immagine di Giuseppe Verdi, grande
comunicatore quasi suo malgrado: di carattere ostico
e pudico, protegge il privato, è sospettoso,
schivo, ostile a chiunque sia curioso del suo mondo
interno. Qualcuno ha detto: aridamente obiettivo,
foscamente impersonale, fu un uomo che si dissolse
per intero nella sua arte. Resta il fatto che per
buona parte della sua lunga e travagliata esistenza,
Verdi, nel bene e nel male, splende sotto i riflettori.
Specchio di proiezioni e oggetto di pettegolezzi forsennati,
caro ai potenti vogliosi di strumentalizzare la sua
fama, sempre vicino al centro di gravità della
nazione, è adorato e invidiato, detestato e
adulato, corteggiato e intervistatissimo. Grandioso
"ingenuo", con un temperamento denso di
vitalità inviolata e con un impressionante
rigore naturale di creazione e organizzazione, è
tra i modelli preferiti dai vignettisti del tempo,
come Melchiorre Delfico, pronto a ritrarlo con un
testone gigantesco e scapigliato, sorretto da un paio
di incongrue gambette a stecco, ora inseguito da impresari
che saccheggiano i suoi fogli di musica, ora tormentato
da censori aguzzini, ora sfrenato nelle prove con
i cantanti, soggiogati dal più invadente e
burbero fra i compositori, sempre determinato ad essere
regista di se stesso.
Fin dai suoi primi, clamorosi successi negli anni
'40 dell'Ottocento (Nabucco, I lombardi alla prima
crociata, Ernani) Verdi è nell'occhio del ciclone.
Rispondere alle aspettative, per lui, è responsabilità
sociale e culturale: la lirica è spettacolo
vivo e coinvolgente, legato all'attualità e
alla politica. Depurata dalle leziosità di
corte del secolo precedente, non ancora prosciugata
in speculazioni cerebrali, è arte popolare,
gioco di massa, tifo di stadio, show-business.
Per questo Verdi, che ne è protagonista, viene
sommerso dalla spirale perversa della popolarità.
Compone con frenesia inarrestabile, negozia duramente
i contratti con editori e impresari (è il compositore
più pagato del suo tempo) segue le repliche
delle sue opere nei tanti teatri che le programmano.
Tutti lo vogliono, tutti lo chiedono, tutti ne incalzano
il talento: lui li chiama "gli anni di galera",
ricchi di luci e di ombre, soffocanti di richieste.
I suoi titoli si moltiplicano, ma con esiti discordanti:
anche quando fioriscono i capolavori sommi. Nel 1851,
alla Fenice, la prima del Rigoletto è un trionfo.
Eppure c'è chi lo accusa di demolire l'opera
italiana e addirittura di farsi "asservire dalla
musica tedesca".
Di fronte al Trovatore s'agitano altri detrattori:
Verdi "maltratta il belcanto", "rompe
le voci", "è volgare". Il suo
rapporto con i critici è sempre devastante.
Lui li disprezza e li deride senza mezze tinte: "Critiche
stupide, elogi più stupidi ancora", si
sfoga con Tito Ricordi. "Non un'idea elevata,
artistica; non uno che abbia voluto rilevare i miei
intendimenti. Spropositi e sciocchezze sempre".
Giudica insensata la pretesa d'insegnargli il mestiere
manifestata da qualche giornalista, definisce ridicoli
(in una lettera a Clara Maffei) "i suggerimenti
che si degna di darmi" il vicentino Filippo Filippi,
inviato al Cairo per la prima di Aida, ironizza gelido
e sferzante sulle banalità ampollose di un
tal Comazzi, che a proposito dei Due Foscari loda
la capacità verdiana di "aprirsi calle
intentato e rapire nuova corona al glorioso arringo"
(letterale).
Osservatore impietoso del "panorama di pettegolezzi
da coulisse in cui si esauriva il giornalismo musicale
dell'epoca" (parole di Massimo Mila), considera
i giornalisti alla stregua dei cortigiani del Rigoletto:
"vil razza dannata". E quando il fiasco
travolge la prima di Traviata, a Venezia nel '53,
scrive al direttore d'orchestra Angelo Mariani: "Eppure
che vuoi? Non ne sono turbato. Ho torto io o hanno
torto loro?".
Verdi è così: conscio di sé,
sa valutarsi e lotta. Disegnandosi addosso la nomea
d un orso altero e scostante. Persino con la sua compagna,
la pazientissima Giuseppina Strepponi, che alla vigilia
della partenza per San Pietroburgo, in occasione de
la Forza del destino, si lagna del suo caratteraccio
in una lettera a Mauro Corticelli, uomo di fiducia
della coppia: "Per evitare ogni burrasca mi son
proposta di dargli sempre ragione, dalla metà
d'ottobre a tutto giugno, prevedendo che durante la
fatica dello scrivere e delle prove non ci sarà
modo di persuaderlo che possa aver torto una volta
sola!".
Ispido e sempre sottilmente ipocondriaco (da giovane
esagera i suoi mali, da vecchio è un continuo
tastarsi il polso), ma molto attento al denaro anche
nella beneficenza ( in nome della Casa di Riposo a
Milano e dell'Ospedale di Villanova, istituzioni di
cui, come un severo patriarca di stile lombardo, intende
controllare ogni dettaglio), vigile e molto permaloso,
nel '68 Verdi scatena una violenta polemica giornalistica
contro il ministro Broglio, restituendogli l'onorificenza
da commendatore, perché si è pronunciato
per iscritto sulle condizioni del melodramma dopo
Rossini, senza citare Verdi.
E nell'anno successivo, quando la sa proposta di far
comporre a un gruppo di undici musicisti italiani
tirati a sorte una Messa da Requiem in memoria di
Rossini non viene approvata dal Mariani, dichiara
guerra a costui, amico antico e devoto, serbandogli
un rancore senza quartiere.
Non lo perdonerà mai, neppure in punto di morte.
Vendicativo, anzi fulminante: bruciano le maledizioni
del bussetano più famoso del mondo. Un aneddoto
la dice lunga su quest'aspetto quasi stregato e predestinato
della sua furia. A sette anni Giuseppino serve messa.
Perso nel suono dell'organo, si scorda di passare
al prete le ampolle dell'acqua e vino. Il prete lo
castiga con un calcio, il bimbo gli grida scappando:
"Dio t'manda na sajetta". Otto anni dopo
quel prete è colpito da un fulmine mentre canta
i vespri.
Un fulmine vero. Altro che sorci verdi.