LA REPUBBLICA - 9 gennaio 2001
GIUSEPPE VERDI: A CIASCUNO IL SUO
di Roman Vlad

Verdi visto dai suoi interpreti. Il prossimo 27 gennaio si compiranno cento anni dalla scomparsa di Giuseppe Verdi. La vita musicale nel 2001 sarà dominata inevitabilmente da miriadi di celebrazioni di questa ricorrenza lasciando ben poco spazio ad altre iniziative che pur si imporrebbero, come, ad esempio, la celebrazione del bicentenario della nascita di Vincenzo Bellini. Il Ministero per i Beni e le Attività culturali ha provveduto con largo, opportuno anticipo, a costituire un Comitato Nazionale per le Celebrazioni Verdiane che svolge un encomiabile lavoro di promozione e di coordinamento delle manifestazioni programmate in Italia. Un Verdi Festival diretto da Bruno Cagli verrà inaugurato il 27 gennaio nel Duomo di Parma, alla presenza del presidente Ciampi e del Ministro Melandri, con l'esecuzione del Requiem di Verdi diretto da Valery Gergiev e nello stesso giorno, nel piccolo Teatro Verdi di Busseto, andrà in scena un'Aida intimistica con la regia di Zeffirelli: tra il 27 gennaio e il 1 febbraio un Convegno Internazionale di Studi "Verdi 2001" si svolgerà a Parma per proseguire alla New York University e la Yale University di New Haven. Gli Enti lirici e le consimili istituzioni italiane non hanno però atteso la fine di gennaio. Il Carlo Felice di Genova ha aperto la stagione 2000/2001 con un'edizione in lingua francese di Jérusalem. La Scala ha puntato sul Trovatore.
Ed è quest'ultimo spettacolo che ha suscitato la più larga messe di critiche e articoli di ogni genere. Nella maggior parte di questi scritti uno spazio invero eccessivo appare dedicato alla questione se Riccardo Muti aveva fatto bene o male di seguire alla lettera la partitura di Verdi e di vietare al tenore di cantare il catartico Do nell'Aria Di quella pira, consacrato dalla tradizione, ma non richiesto dall'autore. Bisogna sperare che il maxiconvegno parmense-americano rechi un contributo davvero sostanzioso sull'approfondimento delle conoscenze circa la personalità e l'arte del più celebrato tra i compositori italiani. Lo dovrebbe far sperare il fatto che a quel convegno è stata invitata la crema degli studiosi verdiani di tutto il mondo. Non vi figura però nessun direttore d'orchestra, nessun regista, nessun cantante. Cioè nessun interprete. Nessuno di quegli artefici che soli possono far sì che l'esecuzione di un'opera assuma valore di un'epifania o di una resurrezione.
Appare dunque quanto mai attuale e opportuna la pubblicazione di un libro come quello in cui, sotto il titolo Il mio Verdi, Leonetta Bentivoglio fa parlare sedici dei più grandi interpreti verdiani del nostro tempo delle opere di Verdi da essi più intensamente rivissute (Edizioni Socrates, pagg.176, Lire 28.000). L'idea di questo piccolo, ma prezioso volume, nasce da una serie di quattro interviste scritte per la Repubblica nell'estate del 2000 (con Zubin Mehta per la Traviata, Luciano Pavarotti per Un ballo in maschera, Riccardo Muti per Falstaff e Jonathan Miller per Rigoletto) alle quali sono state aggiunte dodici conversazioni: con i cantanti Leo Nucci, renato Bruson, Leyla Gencer e Mirella Freni; con i direttori Giuseppe Sinopoli, Myung-Whun Chung , Riccardo Chailly e Claudio Abbado; con i registi Luca Ronconi, Liliana Cavani, Franco Zeffirelli e Peter Stein. Modestamente l'autrice parla di "una uniforme esposizione di stile divulgativo e giornalistico, senza pretese saggistiche o musicologiche". Bisogna dire però che non poche pagine rivestono invece un autentico interesse musicologico. Così, ad esempio, quelle in cui Riccardo Chailly rivendica e precisa i veri e propri prestiti che Mahler mutuò dal Falstaff e soprattutto dall'Aida. O quelle opere in cui Sinopoli collega aspetti di La forza del destino ad esperienze di compositori che vanno da Musorgskij a Nono.
Di sorprendente interesse le risposte di cantanti colti e consapevoli come la Gencer e Nucci. Quest'ultimo riferisce l'impressionante episodio avvenuto a Tel Aviv, nel 1994, quando il pubblico che assisteva alla prima rappresentazione del Nabucco in Israele, alle parole "torna Israello, torna alle gioie del patrio suol", "si alzò in piedi per applaudire e urlare". Quasi a dimostrare che l'opera non ha nessun bisogno di essere "attualizzata" mediante le famigerate "trasposizioni d'epoca" come quella per cui Miller ambientò il Rigoletto nell'ambiente della mafia italo-americana di Coney Island. E nella sua intervista Miller ci promette ancora: "...nel 2001, a Torino, farò un Macbeth ambientato in Kosovo. Nel ruolo del titolo ci sarà Arkan, il macellaio di Milosevic, capo del famigerato gruppo delle "tigri" serbe. Era sposato con una cantante, tale Zeza... Sarà lei la mia lady Macbeth". Non so davvero come si possa giustificare una simile concezione che obbliga l'orecchio a percepire una musica dell'Ottocento, mentre l'occhio deve guardare immagini del 2000. Con la conseguente distruzione schizofrenica di qualsiasi parvenza di unità dell'opera rappresentata. Per fortuna ci sono anche registi che rispettano maggiormente le intenzioni dei compositori. Un confortante esempio ce lo offre in questo contesto Peter Stein il quale, il quale prima di mettere in scena l'Otello, confessa di aver studiato le indicazioni dello stesso Verdi, pubblicate nel volume La disposizione scenica con "una descrizione minuziosissima della messa in scena così come la voleva il compositore, con i disegni dei costumi e l'organizzazione del palcoscenico". L'interesse del volume è accresciuto da lucide ed equilibrate schede e da un'ampia discografia di Angelo Foletto. La prefazione di Carlo Fontana testimonia l'ormai superata contrapposizione Wagner-Verdi e conclude con la constatazione pienamente condivisibile: "Questo libro contribuisce intelligentemente alla riflessione sull'opera di Verdi".