Verdi visto dai suoi interpreti. Il prossimo 27
gennaio si compiranno cento anni dalla scomparsa di
Giuseppe Verdi. La vita musicale nel 2001 sarà
dominata inevitabilmente da miriadi di celebrazioni
di questa ricorrenza lasciando ben poco spazio ad
altre iniziative che pur si imporrebbero, come, ad
esempio, la celebrazione del bicentenario della nascita
di Vincenzo Bellini. Il Ministero per i Beni e le
Attività culturali ha provveduto con largo,
opportuno anticipo, a costituire un Comitato Nazionale
per le Celebrazioni Verdiane che svolge un encomiabile
lavoro di promozione e di coordinamento delle manifestazioni
programmate in Italia. Un Verdi Festival diretto da
Bruno Cagli verrà inaugurato il 27 gennaio
nel Duomo di Parma, alla presenza del presidente Ciampi
e del Ministro Melandri, con l'esecuzione del Requiem
di Verdi diretto da Valery Gergiev e nello stesso
giorno, nel piccolo Teatro Verdi di Busseto, andrà
in scena un'Aida intimistica con la regia di Zeffirelli:
tra il 27 gennaio e il 1 febbraio un Convegno Internazionale
di Studi "Verdi 2001" si svolgerà
a Parma per proseguire alla New York University e
la Yale University di New Haven. Gli Enti lirici e
le consimili istituzioni italiane non hanno però
atteso la fine di gennaio. Il Carlo Felice di Genova
ha aperto la stagione 2000/2001 con un'edizione in
lingua francese di Jérusalem. La Scala ha puntato
sul Trovatore.
Ed è quest'ultimo spettacolo che ha suscitato
la più larga messe di critiche e articoli di
ogni genere. Nella maggior parte di questi scritti
uno spazio invero eccessivo appare dedicato alla questione
se Riccardo Muti aveva fatto bene o male di seguire
alla lettera la partitura di Verdi e di vietare al
tenore di cantare il catartico Do nell'Aria Di quella
pira, consacrato dalla tradizione, ma non richiesto
dall'autore. Bisogna sperare che il maxiconvegno parmense-americano
rechi un contributo davvero sostanzioso sull'approfondimento
delle conoscenze circa la personalità e l'arte
del più celebrato tra i compositori italiani.
Lo dovrebbe far sperare il fatto che a quel convegno
è stata invitata la crema degli studiosi verdiani
di tutto il mondo. Non vi figura però nessun
direttore d'orchestra, nessun regista, nessun cantante.
Cioè nessun interprete. Nessuno di quegli artefici
che soli possono far sì che l'esecuzione di
un'opera assuma valore di un'epifania o di una resurrezione.
Appare dunque quanto mai attuale e opportuna la pubblicazione
di un libro come quello in cui, sotto il titolo Il
mio Verdi, Leonetta Bentivoglio fa parlare sedici
dei più grandi interpreti verdiani del nostro
tempo delle opere di Verdi da essi più intensamente
rivissute (Edizioni Socrates, pagg.176, Lire 28.000).
L'idea di questo piccolo, ma prezioso volume, nasce
da una serie di quattro interviste scritte per la
Repubblica nell'estate del 2000 (con Zubin Mehta per
la Traviata, Luciano Pavarotti per Un ballo in maschera,
Riccardo Muti per Falstaff e Jonathan Miller per Rigoletto)
alle quali sono state aggiunte dodici conversazioni:
con i cantanti Leo Nucci, renato Bruson, Leyla Gencer
e Mirella Freni; con i direttori Giuseppe Sinopoli,
Myung-Whun Chung , Riccardo Chailly e Claudio Abbado;
con i registi Luca Ronconi, Liliana Cavani, Franco
Zeffirelli e Peter Stein. Modestamente l'autrice parla
di "una uniforme esposizione di stile divulgativo
e giornalistico, senza pretese saggistiche o musicologiche".
Bisogna dire però che non poche pagine rivestono
invece un autentico interesse musicologico. Così,
ad esempio, quelle in cui Riccardo Chailly rivendica
e precisa i veri e propri prestiti che Mahler mutuò
dal Falstaff e soprattutto dall'Aida. O quelle opere
in cui Sinopoli collega aspetti di La forza del destino
ad esperienze di compositori che vanno da Musorgskij
a Nono.
Di sorprendente interesse le risposte di cantanti
colti e consapevoli come la Gencer e Nucci. Quest'ultimo
riferisce l'impressionante episodio avvenuto a Tel
Aviv, nel 1994, quando il pubblico che assisteva alla
prima rappresentazione del Nabucco in Israele, alle
parole "torna Israello, torna alle gioie del
patrio suol", "si alzò in piedi per
applaudire e urlare". Quasi a dimostrare che
l'opera non ha nessun bisogno di essere "attualizzata"
mediante le famigerate "trasposizioni d'epoca"
come quella per cui Miller ambientò il Rigoletto
nell'ambiente della mafia italo-americana di Coney
Island. E nella sua intervista Miller ci promette
ancora: "...nel 2001, a Torino, farò un
Macbeth ambientato in Kosovo. Nel ruolo del titolo
ci sarà Arkan, il macellaio di Milosevic, capo
del famigerato gruppo delle "tigri" serbe.
Era sposato con una cantante, tale Zeza... Sarà
lei la mia lady Macbeth". Non so davvero come
si possa giustificare una simile concezione che obbliga
l'orecchio a percepire una musica dell'Ottocento,
mentre l'occhio deve guardare immagini del 2000. Con
la conseguente distruzione schizofrenica di qualsiasi
parvenza di unità dell'opera rappresentata.
Per fortuna ci sono anche registi che rispettano maggiormente
le intenzioni dei compositori. Un confortante esempio
ce lo offre in questo contesto Peter Stein il quale,
il quale prima di mettere in scena l'Otello, confessa
di aver studiato le indicazioni dello stesso Verdi,
pubblicate nel volume La disposizione scenica con
"una descrizione minuziosissima della messa in
scena così come la voleva il compositore, con
i disegni dei costumi e l'organizzazione del palcoscenico".
L'interesse del volume è accresciuto da lucide
ed equilibrate schede e da un'ampia discografia di
Angelo Foletto. La prefazione di Carlo Fontana testimonia
l'ormai superata contrapposizione Wagner-Verdi e conclude
con la constatazione pienamente condivisibile: "Questo
libro contribuisce intelligentemente alla riflessione
sull'opera di Verdi".