di Gian Paolo Minardi
Tra le tante opere editoriali sollecitate dal centenario
verdiano giunge con puntuale rispondenza ai tanti
appuntamenti esecutivi che stanno per scattare nei
vari teatri questo volume di Leonetta Bentivoglio,
edito dalle Edizioni Socrates intitolato Il mio Verdi;
che non è il Verdi dell’autrice, bensì
quello che vari interpreti le hanno confidato nel
corso delle interviste che la nota giornalista ha
ottenuto da essi; un discorso che, iniziato sulle
colonne di Repubblica, ha trovato poi completamento
sotto la spinta della scadenza celebrativa, componendosi
in tal modo in un disegno unitario che si staglia
cronologicamente nella sequenza delle dodici più
significative opere di Verdi, ognuna osservata da
un angolo visuale particolare che può essere
quello di un protagonista, come quello di un direttore
d’orchestra oppure di un regista. Come afferma
giustamente Carlo Fontana nella prefazione si tratta
di un contributo alla riflessione su Verdi, vale a
dire un tentativo di risposta a quell’interrogativo
continuo che l’interprete si trova a porsi ogni
qual volta apre una partitura. Problema quello dell’interpretazione
sempre misterioso, che è solo della musica
la quale, senza di esso rimane pagina muta. Da ciò,
dunque, la necessità di quella riflessione
che ha trovato negli ultimi decenni nuove ragioni
di consapevolezza, dove l’esito più importante
va senza dubbio considerato la realizzazione di un’edizione
critica. La quale, peraltro, risolve solo parzialmente
il problema, come del resto gli studiosi che si sono
occupati e si stanno ancora assiduamente occupando
di essa hanno dichiarato all’inizio della loro
difficile impresa: la partitura rinnovata, infatti,
riportata alle condizioni originarie come l’aveva
concepita l’autore, è solo un punto di
riferimento, non un vincolo per l’interprete
il quale, rassicurato sull’autenticità
della lezione, si trova poi di fronte alla complessità
della reale traduzione sonora e scenica.
E il libro della Bentivoglio riflette appunto questa
“complessità” che è quella
racchiusa nell’opera di un artista che rifiutava
l’appellativo di musicista ritenendosi “uomo
di teatro”, un compositore le cui invenzioni
musicali erano spesso associate contestualmente all’ideazione
scenica, che considerava sempre come pietra di paragone
insottraibile l’“effetto” sul pubblico.
L’intrecciarsi di tanti punti di vista offerto
da queste interviste, spesso in maniera antagonistica,
come quando Zeffirelli respinge l’idea di Jonathan
Miller sulla trasponibilità in epoca moderna
delle opere di Verdi, fornisce al lettore una varietà
di proposte e di stimoli che ci consentono, appunto,
di “riflettere”.
Quando, ad esempio, Nucci ci parla del rapporto con
la parola, del ruolo nuovo che Verdi plasma per la
voce baritonale, o quanto Bruson indaga entro le pieghe
della personalità di Macbeth.
Ogni intervista è naturalmente, un autoritratto
dell’interprete, uno specchio che riflette inclinazioni,
propensioni, scelte: si percepisce così l’approccio
più naturale a Verdi di un Mehta, il quale
sembra cogliere la verità di quel suo accento
così inconfondibile; rispetto alla problematicità
di un Sinopoli, attratto particolarmente dagli aspetti
più sperimentali, già presenti nel primo
Verdi ma esaltati al massimo in quella Forza del destino
la cui frammentarietà trova una superiore unità
e gli fa ricordare la massima aspirazione del prediletto
Mahler, “mettere in scena ciò che succede
al Prater”, cioè la vita.
Direttrice non lontana da quella di Chailly il quale
pure, nell’indicare certi aspetti premonitori
del novecento di Aida, ci rimanda a Mahler, addirittura
a certe, consapevoli, ritiene lui, assimilazioni verdiane
nel Canto della terra. L’idea di Verdi come
anticipatore la ritroviamo pure nella testimonianza
di Abbado, attratto dall’erosione decadentistica
che pervade le tre opere predilette, opere “malate”,
le chiama lui, Macbeth, Simon Boccanegra, e Don Carlos,
e nella lettura che Muti propone di Falstaff con quel
suo declamato che canta.
Ma comprensibilmente gli aspetti più esposti
della dialettica interpretativa vengono dai registi,
con alcune illuminazioni non poco sollecitanti: quando
Miller stabilisce una complementarietà tra
qualità del testo letterario e quella dell’opera,
o quando Ronconi riflette sul Trovatore proponendone
una lettura più segreta, che nel cogliere tutta
la complessità romantica ne svela altresì
l’ambiguità, il rapporto da Manrico e
Luna in particolare, e si dissocia quindi dalla convenzione
che tende ad affogare quest’opera nel buio.
Opera di bagliori, invece.
L’intervista con Zeffirelli, recentissima, nasce
a ridosso della preparazione dell’Aida bussetana
e registra quindi la particolare intenzione di dare
rilievo a quegli aspetti, musicalmente i più
moderni, che l’opera racchiude, quello strazio
intimistico solitamente fagocitato dal più
evidente trionfalismo. Infine Peter Stein che si apre
a rivelare le proprie iniziali difficoltà nei
confronti della regia operistica, prima di regalarci
alcuni esiti superlativi, memorabili; i suoi dubbi
legati alla profonda diversità dei due linguaggi,
il parlato inteso come “arte sporca” rispetto
all’oggettività che regola il linguaggio
della musica; e per contro l’immediatezza nel
creare emozioni: “in trenta secondi può
creare effetti che in prosa non si raggiungono in
un’ora”.