Patmos

Patmos

di Roselyne de Feraudy

Nulla distoglie dal messaggio essenziale, non c’è nulla e c’è tutto: mondo, vita, uomini, tempo, per noi, all’istante, senza una parola.

Prefazione: Dominique Ponnau
Illustrazioni: 68 fotografie a colori
Pagine: 118
Formato: cm. 27,3 x 32,1
Legatura: cartonata con sovracoperta
Pubblicazione: Febbraio 2003
ISBN: 88-7202-021-2
Prezzo: € 49,00

 

Roselyne de FeraudyL'autrice
Roselyne de Feraudy ha studiato iconografia cristiana alla Sorbona di Parigi e ha pubblicato un’opera sull’icona della Trasfigurazione. Da circa 15 anni si interessa di fotografia. Le sue opere sono state esposte in mostre europee e americane e alcune sue fotografie fanno parte di collezioni private e fondi permanenti del Museo di Auxerre e del Carpenter Center di Harvard.

Il libro
Patmos è una raccolta di 68 fotografie a colori fatte sull’isola tra il 1986 e il 2002. Le immagini, attraverso uno sguardo attento e originale, rivelano frammenti di spazio e di tempo di un’isola dall’atmosfera magica, ricca di storia, spiritualità e natura. Le fotografie sono accompagnate da suggestive annotazioni e citazioni poetiche in francese, come anche l’introduzione a cura di Dominique Ponnau. Il libro originariamente pubblicato da un editore francese, viene distribuito dalla Socrates nella versione originale con traduzione allegata.

Incipit
Patmos. Cos’è questo nome, un nuovo sesamo? Di quale regno incantato potrebbe aprire la porta? Perché mi vengono queste parole? Sesamo è la parola d’ordine di una caverna di ladri. Patmos, se pure fosse un sesamo, sarebbe forse quello di un regno incantato? Patmos, dove non fui mai, si spalanca sulla luce. Luce ed eternità. Ma quale luce e quale eternità? Quelle del sogno o quelle della verità? L’isola di Alcina è una menzogna. Anche quella di Prospero? Non so. Patmos è forse l’isola della visione? E dov’è la verità della visione? Scintilla nell’intimo più segreto dell’illusione? Patmos risuona come marmo al rumore sordo dei miei passi. Come la marmorea densità di una schiuma. Come azzurro e biancore. Come ardore minerale. Tra la labiale e la dentale, nell’alfa, si slancia la prima sillaba e prontamente ricade la seconda nell’omega incastonato di liquido e di dolce sibilante. L’alfa chiara si scioglie nell’omega sordo; fusione che svanisce nel sibilo annunciatore di silenzio. Il granata dell’alfa, l’oro opaco dell’omega, che sono, per me, lo stendardo di Patmos, continuano a splendere in me, per quanto profonda sia la caverna dove li ricevo. Per quanto nera sia la notte, ci si vede. Brillare così nella notte, al semplice mormorio del nome, senza abolire la notte stessa, acuisce l’oscuro sguardo dell’anima?
San Giovanni a Patmos? Lo vedo. Al di là di Memling, Dürer, Poussin… avendoli in mente ed oltrepassandoli. Lo vedo come uno che non vede. Lo vedo, non esistente, ma là, in quell’isola che non vedo ma che è là, sorta dalle acque, estatica. Vedo l’azzurro che lui vede. Leggo, come uno che la mangiasse, il libro della sua Rivelazione. Per me, Patmos è l’isola folle dove so che non avvenne nulla di ciò che, nel suo libro, è dato come avvenuto e che non avverrà nulla di ciò che è stabilito come fosse avvenuto, come destinato ad avvenire. So che Patmos è vuota di tutto ciò di cui Giovanni dice che è colma.
Nel cielo, nessuna donna partoriente, nessun drago. Non vi sono bestie, né della terra né del cielo. Niente angeli, nessuna liturgia. Non vi sono vegliardi incoronati, né martiri. Non c’è agnello sgozzato. Nulla. Nulla. Tranne l’assoluto. Tranne l’implacabile. L’insopportabile. Tranne lo squarcio della spietata bellezza. Più crudele dell’aquila che, ogni giorno, col becco, trafigge il fegato di Prometeo. Più dolce del miele, più amara del fiele del libro ingoiato. Patmos è vuota. Vuota assolutamente. Vuota di tutta, eccetto di tremenda bellezza. Gustata, assaporata nel silenzio sublime. Abbraccio di luce e di gradini. Colata di fiori sanguinosi. Azzurro. Tenerezza della calce. Esistenza di nessuno. Nessuno. Nessuno a Patmos. Da sempre e per sempre. Caste e feroci Dionisie dove si chiamano a convito cielo, mare, terra, luce. Nascita di Afrodite. All’ora stabilita, forse risuona la campana del monastero. Nella chiesa fresca, si canta, forse. D’improvviso, forse, in qualche viuzza, riecheggia la voce di una donna, nel pomeriggio. Ma qui, non si ode, non si vede nessuno. In questo tempo, oltre la fine del tempo o prima dell’inizio del tempo, non c’è altro tempo se non il baratro. Solo un occhio. Uno sguardo solamente. Anche qualche mormorio. Qui, una persona si è misurata con l’assoluto. Al baratro, ha fatto mordere la polvere. Al vuoto ha lanciato una sfida. La bellezza l’ha accettata. In quella lotta mortale ha trionfato la vita.
Pagina per pagina, lentamente, al ritmo di sedici anni di quel duello, senza veder nessuno camminare; sospendere il cammino, tornare indietro, scalare, poco a poco, i gradi del sole. Dall’alba alla notte del tempo occorrono più di sedici anni. Ci vuole più del tempo. Basta un istante. Basta che un istante abolisca la durata. Tale è, credo, la magia di questo libro. Non la magia: la verità, la sua semplicità, la monastica universalità.
Dominique Ponnau

 

A Roselyne de Feraudy bastano tre gradini per rivelare la magia del mondo. Si avverte che ama guardare, e all’istante la si ama perché ce lo insegna. Tre pietre, clic, ecco Patmos senza pathos. Nulla distoglie dal messaggio essenziale, non c’è nulla e c’è tutto: mondo, vita, uomini, tempo, per noi, all’istante, senza una parola.
Jean-Claude Lavie
Questo libro è un'interessante proposta per gli amanti della fotografia, avvalendosi di immagini suggestive e di un’edizione particolarmente curata ed elegante. Di sicuro interesse anche per chi ama la storia e la cultura classica, i luoghi della spiritualità cristiana. Adatto anche agli appassionati della Grecia e della sua natura e di un turismo più attento agli aspetti culturali.

 

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