Una questione di tortura

Una questione di tortura

di Alfred W. McCoy

Questa volta sul banco degli accusati non è qualche ridicola e feroce dittatura “da terzo mondo”, ma gli Usa. I casi del carcere di Abu Ghraib e di Guantánamo rivelano, secondo l’autore, che non è una faccenda di mele marce, ma di scelte politiche. Che, peraltro, vengono da lontano (la Cia, l’America Centrale...). E non è detto che le torture psicologiche facciano meno male di quelle fi siche. A questo libro si è ispirato il documentario Taxi to the Dark Side, Oscar 2008 per il miglior documentario Nigrizia

Traduzione: Enrico Fletzer
Pagine: 334
Formato: cm 13,5 x 20,5
Legatura: Brossura
Pubblicazione: settembre 2008
ISBN: 978-88-7202-036-4
Ebook: € 7,99
Prezzo: € 16,00

 

Alfred W. McCoyL'autore
Alfred W. McCoy (1945) è docente di storia all’Università di Winsconsin-Madison e tra i maggiori esperti della storia segreta della CIA.
Nei primi anni Settanta McCoy fece un’approfondita ricerca sul consumo e traffico di eroina in Vietnam che coinvolgeva, secondo alcune fonti, il 34% dei militari americani. Nel corso delle ricerche, in Laos riuscì a sfuggire ad un assalto delle truppe Hmong affiliate all’esercito segreto della CIA. La scoperta del coinvolgimento nel narco-traffico dell’Agenzia e il tentativo di assassinare l’autore ispirò il film Air America interpretato da Mel Gibson e Robert Downey Jr. Ma l’avventura era ancora più sorprendente perché proprio mentre stava per uscire il suo The Politics of Heroin (La politica dell’eroina, Rizzoli 1973), il Presidente Nixon aveva appena annunciato la “guerra alle droghe”. La CIA minacciò la casa editrice e cercò di impedirne la pubblicazione poiché il libro avrebbe costituito una minaccia per la sicurezza nazionale. Solo una serie di articoli del giornalista Seymour Hersh del New York Times ne rese possibile la pubblicazione. Il libro è diventato un classico pubblicato nelle principali lingue del mondo in oltre 35 edizioni.
Successivamente, l’interesse dell’autore si concentrò su un’approfondita ricerca riguardante la struttura dell’esercito del dittatore filippino Marcos - un tema trattato nel libro Closer Than Brothers. Manhood at Philippine Military Academy (Yale University Press 1999).
Tutte queste ricerche hanno preparato il campo a quello che dopo l’11 settembre sarebbe divenuto il tema scottante della tortura moderna, accompagnato dalla giustificazione scontata del “terrorista con la bomba innestata” e che ha trovato spazio in questo libro.

Il libro
Alfred McCoy ripercorre la storia delle tecniche di tortura usate dalla CIA durante gli interrogatori dei detenuti in un periodo di cinquant’anni. Partendo dalla remota Guerra Fredda e arrivando fino all’attualissima guerra al terrorismo, l’autore sottolinea che i recenti scandali suscitati dalle foto disumane dei prigionieri di Abu Ghraib e Guantanamo sono direttamente legate agli anni Cinquanta quando la CIA scoprì i nuovi metodi di tortura psicologica tramite il controllo della mente. McCoy, però, mette in evidenza che dietro questo orrore non ci sono solo i servizi segreti ma tutta la società americana: i politici, i professori universitari, gli psicologi e i normali cittadini. Dopo circa vent’anni di assidue ricerche, iniziate nel 1986 analizzando le tremende conseguenze arrecate dalla tortura psicologica della CIA sui militari filippini, McCoy riesce a sintetizzare l’enorme mole di materiale raccolto e a dar vita a un libro fondamentale che è un monito ai cittadini a rispettare i principi di democrazia, base di ogni società civile.

Incipit
«Questo libro è iniziato in un altro paese, in un’altra epoca, in un’altra vita. Era l’estate del 1933, quando un imponente torpedone Pierce-Arrow superava a tutta velocità lo storico castello di Sciaffusa in Svizzera ed entrava in Germania.
Il potente motore cromato ad otto cilindri pompava al massimo i suoi 125 cavalli di potenza, mentre la berlina sfrecciava a nord, verso la città-mercato medievale di Norimberga. [...] Al volante, spingendo la macchina al limite dei suoi 135 chilometri l’ora, sedeva Rudolf Piel, un mastro birraio tedesco-americano che si aggirava nella terra di suo padre in cerca degli ultimi ritrovati tecnologici da utilizzare nella rinomata fabbrica di birra di Brooklyn della sua famiglia. Al posto del passeggero, sua moglie Margarita [...] e sul sedile posteriore, Peggy, la loro figlia di dieci anni [...]. Giunta a Norimberga, la berlina, grossa e pesante [...] si fermò, dopo un lungo girovagare, davanti al Rathaus, il municipio. [...] Con quel suo modo meticoloso di pensare alle cose serie, importanti, il padre di Peggy insistette per andare a visitare le prigioni nei sotterranei, le Lochgefaengnisse (prigioni a forma di buco). La famigliola quindi, con la bambina che trotterellava dietro, si mise al seguito di una guida turistica e scese verso le fondamenta di pietra del Rathaus giù per un’angusta scala adiacente alle prigioni, tipiche della giustizia medievale. Prima passarono per una serie di celle strettissime, stanzette di legno costruite nella roccia, ognuna provvista di una piccola panca per dormire e un soffitto basso che anche solo a starci un minuto faceva venire la claustrofobia. All’interno di questo mondo oscuro, Peggy avvertì un sentimento nuovo, inquietante, simile alla disperazione. La nera muratura sembrava ricoperta di una sporcizia di secoli, mai lavata. Nessuna finestra, l’aria ferma e greve. La totale oscurità, spaventosa, rotta solo da poche fioche lampadine. Proseguendo il cammino entrarono in una camera con i soffitti più alti destinata agli interrogatori. All’interno vi era un aggeggio munito di corde che serviva a tenere i prigionieri legati e sospesi per aria appena sotto una finestrella dalla quale all’epoca i magistrati si affacciavano pera fare le loro domande, e accanto all’argano c’erano delle grosse pietre spaccate che venivano attaccate ai piedi per aumentare il dolore. A Peggy bastò la sua fantasia da bambina per capire a cosa dovesse essere servito tutto quello, quella bambina era mia madre.»

Il documentario premio Oscar 2008, Taxi to the Dark Side, regia di Alex Gibney, si basa sulle ricerche e analisi condotte dallo storico Alfred W. McCoy nel libro Una questione di tortura. Il film racconta, con una serie di interviste a politici, torturatori e torturati, il disumano mondo delle prigioni di Bagram, Guantanamo e Abu Ghraib: violenti interrogatori, deprivazione sensoriale, dolore autoinflitto e umiliazioni a sfondo sessuale. In primo piano la drammatica vicenda di Dilawar, tassista afgano di 22 anni, prelevato dalla strada da un commando delle forze armate USA e torturato a morte nella base militare statunitense a nord di Kabul. Anche se innocente, il ragazzo, appeso per i polsi al soffitto, muore dopo esser stato picchiato per cinque giorni. Nel documentario è presente anche un’intervista allo stesso McCoy, quale massimo esperto di tortura.
«In questa accesa polemica, tutti noi, favorevoli o contrari alla tortura, abbiamo recitato un copione scritto oltre cinquant’anni fa nel pieno della Guerra fredda. Di sicuro, una ricerca delle radici di Abu Ghraib, nello sviluppo e nella diffusione di una peculiare forma di tortura propriamente americana, coinvolgerà in qualche modo quasi tutta la nostra società: i brillanti studenti che fecero le ricerche psicologiche, i distinti professori che ne propugnarono l’uso, le grandi università che li ospitarono, gli egregi legislatori che stanziarono i loro finanziamenti e i buoni americani che acconsentirono con il loro silenzio, permettendo a questo processo di continuare malgrado i giornalisti o i membri del Congresso denunciassero questi fatti, mettendo a rischio le proprie carriere, ma trovando scarso sostegno da parte dei cittadini.»

 

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